venerdì 16 settembre 2016

L'anima e il cristallo. Alle radici dell'arte astratta (S. Poggi, 2014)

Le mie letture "oblique". Cosa c'entra il misticismo con le scienze della natura? E il sonnambulismo con le riflessioni di Georg Simmel? E la teoria dei colori con la storia evolutiva dell'amore? E l'occultismo con il Tractatus di L. Wittgenstein? E l'individualismo nordico coi cristalli? E la musica di Arnold Schönberg con la pittura di Kandinskij? 

Per esempio, tutti hanno a che fare con questo bel libro di Stefano Poggi. Citazione preferita: "Le leggi dell'arte sono leggi della natura, per cui l'artista è anche scienziato".

Stefano Poggi, L'anima e il cristallo. Alle radici dell'arte astratta, il Mulino, Bologna, 2014.


V.M. 18 (I. Santacroce, 2007)

V.M. 18, di Isabella Santacroce, è un romanzo pubblicato da Fazi nel 2007. 

Inutile cercarlo nelle librerie: è esaurito da tempo. Io me ne sono riuscito a procurare fortunosamente una copia su e-Bay.

Il libro racconta il libertinismo e le perversioni d'una collegiale, l'Ich-Erzähler del romanzo, non ancora giunta alla maggiore età, la quale con due sue compagne, ribattezzatesi per l'occasione con l'appellativo di "spietate ninfette" (Desdemona, Cassandra e Animone), mette a ferro e fuoco un tranquillo istituto per fanciulle d'una non precisata città, in una non precisata epoca (io l'ho immaginato un po' steampunk, ma è verosimilmente ambientato in epoca tardo ottocentesca). 

V.M. 18un titolo che ricorda i vecchi flani esposti nei cinema porno degli Settanta, è il primo capitolo d'una trilogia vagamente ispirata alla Commedia di Dante, che si completa con Lulù Delacroix (2010) e Amorino (2012). 

La struttura del romanzo, invero, ricorda più che altro le Centoventi Giornate di de Sade, forse il riferimento "ideologico" più esplicito nel libro. Come nel caso di de Sade, si può dire che l'opera è "erotografica" e non pornografica, seguendo l'avvertenza di Gianni Nicoletti, nella premessa all'edizione pubblicata da Newton Compton della più nota opera del marchese, in quanto lo scopo primario del romanzo non è l'eccitazione sessuale, quanto "il suo costituirsi in sistema".

La lista di atrocità (vengono commessi svariati abusi e delitti nelle più diverse forme) e parafilie (feticismo, sodomia, soffocamento, zoofilia, coprofagia, fisting, pedofilia, incesto e via catalogando), sempre descritte con dovizia di particolari, è amplissima e da far invidia alle più articolate raccolte proposte dal dark web contemporaneo. Il tutto incorniciato in un'ordine algebrico, ossessivo e levigato, ed in eccedenti perimetri di numeri e paragrafi indentati.

L'estetica della catastrofe, catastrofe nell'accezione delle scienze fisiche, è intensissima, ed amplificata dalle lussureggianti invenzioni scenografiche descritte dalla Santacroce. Si prenda questa: "Nel gran vestibolo, rigorosamente di scure e varie tonalità verdastre, caratterizzato per la verticalità delle pareti spartite in tre ordini, con doppie colonne incassate nel muro, mensole a voluta, finestre edicola timpanate, incorniciate da lesene insolitamente rastremate verso il basso, v'era la scalinata che portava alle stanze, la cui struttura a pontile, con rampa centrale e gradini ellittici, era preannunciata da uno smisurato orologio nero lucente dalla sferica forma, che dal soffitto pendeva come un grosso cranio di un oriundo dell'Africa" (pag. 29).

Un'altra sorgente poetica è data dalle rappresentazioni degli effetti sulla mente delle droghe composte nella farmacia artigianale dalle spietate ninfette, soprattutto il famigerato "cocktail reietto". Sono descrizioni fantasmagoriche, inimmaginabili e riuscitissime, che sembrano affiorare da una versione lisergica e deragliata di Alice in Wonderland.

Il simbolismo occulto è una terza matrice del romanzo, forse la meno sviluppata, ma di cui è facile riconoscere la declinazione pop-rock, a partire dall'omaggio ad Aleister Crowley, leggendario alchimista. Ciononostante, non vi è il satanismo a ispirare la condotta delle spietate ninfette, bensì la stessa adorazione di Dio, la cui teologia viene qui interpretata in modo quantomeno inedito e fuori squadra.   

Santacroce, che in passato è stata annoverata nel gruppo letterario dei Cannibali, è senza dubbio una scrittrice di talento, che sa quello che scrive e come lo scrive. Il suo stile non è affatto anarchico. È un sistema, una cosmogonia, che si muove con disinvoltura in uno spazio letterario totale, che va dai classici della letteratura antica e latina ai manuali di medicina, dai testi religiosi al romanzo gotico ottocentesco, fino ai tomi di diritto, senza timore di confrontarsi con i rispettivi lessici specialistici. Non credo di forzare l'interpretazione, affermando che l'approccio non è estraneo al lavoro fatto sul linguaggio da Carlo Emilio Gadda. Un lavoro enorme, che consente a Santacroce di trasfigurare la realtà, di renderla icasticamente presente e allo stesso tempo impossibile ("I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo", scriveva il Wittgenstein del Tractatus) o insostenibile. Non manca qualche cedimento, nelle cinquecento pagine del libro, e a volte i termini utilizzati non sembrano essere al posto giusto (o nell'epoca giusta). Tuttavia, direi che, complessivamente, l'operazione è molto ben riuscita.

La coazione a ripetere è certamente una delle cifre stilistiche del romanzo. Si leggono passaggi ripetuti in modo estenuante, che ricordano una frenetica attività copulatoria. La sintassi, inoltre, è rivoltata come un guanto (questo è l'aspetto che salta più all'occhio, all'inizio). Essa viene manipolata e (per)vertita (nel senso che ne viene cambiato il verso), allineandosi alle perversioni di Desdemona. Il periodare è masturbatorio (in certi passaggi, obiettivamente, troppo involuto e contorto). Le frasi vengono spacchettate e il senso dislocato alla fine, perché il piacere va freudianamente differito. Tale differimento, infatti, permette la costruzione di esperimenti mentali che sondano le diverse vie possibili di soddisfacimento della pulsione erotica o di morte, facendo così da presupposto per lo stesso lavoro creativo. Del resto, "la moltiplicazione, la variazione, la complicazione, soprattutto la ripetizione, l'accumulo e l'amplificazione [...] sono caratteristiche comuni della letteratura erotica" (Nicoletti, nella "Prefazione" a Le 120 Giornate di Sodoma).

La scrittura è orizzontale, fatta di associazioni, schemi e classificazioni. Queste ultime rimandano esplicitamente agli atlanti di anatomia, alle categorie nosografiche, alle tassonomie delle scienze naturali. Le persone stesse sono viste come corpi freddi o parti di corpo, dissezionate o ingrandite come sul letto del chirurgo (un tema, ancora, prettamente sadiano), il che rimanda all'operazione compiuta sul corpo dal potere dello stato moderno, e denunciato da Foucault in numerosi saggi, o da Pasolini nel suo Salò. L'odore di formalina sembra uscire a zaffate dalle pagine del libro. E, per inciso, proprio la disinfezione e la bonifica dagli odori sgradevoli sembra essere, curiosamente, una delle ossessioni di Desdemona.
    
V.M. 18 è quanto di più estremo mi sia mai capitato di leggere. Un giudizio morale mi pare inutile e fuori luogo, anche se credo l'autrice abbia messo abbondantemente in conto lo scandalo. L'elemento rilevante da considerare, piuttosto, è che qui ogni abuso viene asservito alla logica di una legge. Abbondano codici, regolamenti, paradigmi, che quantunque ispirati all'abisso della ragione (come la religione, del resto), conferiscono legittimità logica e procedurale alle gesta delle spietate ninfette. La stessa forma ritualistica delle azioni più turpi istituisce queste ultime come espressione di una religiosità negativa. 

La legge può anche essere quella della natura. De Sade, citato in epigrafe, infatti, scriveva: "Se la natura disapprovasse le nostre inclinazioni, con ce le ispirerebbe". Essa, dunque, è necessaria per dischiudere il piacere. Ogni libertà, senza un limite, è priva di significato. Lo spiega sin dalle origini la teoria psicanalitica e, con una riflessione gigantesca, Lacan; ma anche, con parole sue, Carmelo Bene: "quando la minchia è tanta...".

I risvolti politici di tale approdo ci interrogano, a questo punto, drammaticamente, sulla capacità di costruzione del vero da parte della legge - anche di quella sbagliata; ci interrogano sul dominio della procedura ipertrofica, sistemica, autoreferenziale (Niklas Luhmann), a scapito del senso e dei valori, nel diritto moderno; ed aprono a questioni di un'ampiezza straordinaria, che ovviamente non è il caso di affrontare in questa sede.
   
Quanto alla presunta capacità di certa letteratura (e di certo cinema) di favorire vizi e impulsi criminali, rimando alla cospicua produzione scientifica che ne ha ampiamente falsificato le premesse. 

Credo che V.M. 18 diventerà un piccolo classico. Certo, si astengano categoricamente dalla lettura i lettori più impressionabili e pudibondi, se mai dovessero trovare questo libro proibito... Enter at your own risk. 4/5

giovedì 15 settembre 2016

Venezia 2016... dal divano

Ho approfittato della bella opportunità offerta da MyMovies di vedere una selezione di film della 73^ Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, e li ho visti quasi tutti. Ne ho saltati due e scartato uno, che proprio non avevo voglia di vedere. Di seguito, tutti i miei giudizi, e i link alle recensioni dei film sui quali ho pensato di dire qualcosa.


Orecchie di Alessandro Aronadio - Recensione (4,5/5)

Home di Fien Troch - Recensione (3/5)

Franca: Chaos and Creation di Francesco Carrozzini - Molto intrigante, al netto di alcuni bug tecnici e di composizione (3,5/5)

King of the Belgians di Peter Brosens, Jessica Woodworth - Recensione (4/5)

La Soledad di Jorge Thielen-Armand - Piccoli e grandi desideri, e un sogno. Molto bello dal punto di vista figurativo, ma davvero involuta la narrazione (3/5)

Il più grande sogno di Michele Vannucci - Bruttarello e, per certi versi, difficile da seguire (2/5)

Una Hermana di Sofia Brokenshire, Verena Kuri - (2,5/5)

Maudite Poutine di Karl Lemieux - Recensione (3/5)

Dark Night di Tim Sutton - Recensione (3,5/5)

Kékszakállú di Gastón Solnicki - Una domanda sola: perché? (2/5)

Liberami di Federica di Giacomo - Recensione (4,5/5)

Koca Dünya (Big, big world) di Reha Erdem - Laguna Blu in salsa turca. Molto, ma molto più gustosa. Un film poetico ed enigmatico come la follia. Una bella fiaba triste. 4,5/5

El vendedor de orquídeas di Lorenzo Vigas - 2/5

Ku Qian di Wang Bing - Due ore e mezza di tormento. Una boiata pazzesca (1/5)

Malaria di Parviz Shahbazi - Un Iran sorprendente, ma ancora sospeso tra innovazione e tradizione. Originale l'idea di partenza. Storia molto ben raccontata. Mezzo voto in più per il personaggio del musicista beatlesiano... (3,5/5)

Our War di Bruno Chiaravalloti, Claudio Jampaglia, Benedetta Argentieri - Il film scartato

Die Einsiedler di Ronny Trocker - N.d.

Hotel Salvation di Shubhashish Bhutiani - N.d.

Orecchie (A. Aronadio, 2016)

Orecchie, di Alessandro Aronadio, è il film più divertente della selezione di Venezia 2016, proposta da MyMovies.

Tra il grottesco e il surreale, il film racconta una giornata particolare di Daniele (Danile Parisi), docente di filosofia precario, il quale, svegliatosi con un fastidioso fischio alle orecchie, apprende dalla fidanzata, attraverso un post-it, della triste dipartita di un amico di cui in realtà non ricorda nulla.

Preoccupato per una certa deprivazione sensoriale, evocata in modo geniale per lo spettatore da uno schermo stretto, che nel corso del film va pian piano allargandosi, come la consapevolezza del protagonista, Daniele trascorre la giornata imbattendosi in una serie di personaggi stravaganti e talvolta sinistri. Alla fine, si presenterà al funerale di Luigi, ma scoprirà che...

Fotografato in un bianco e nero contrastatissimo, quasi espressionista, efficacemente al servizio della causa, Orecchie è un film felicemente depresso. Ci ricorda che non è sempre utile prendersi sul serio, e che certe volte l'intelligenza può essere motivo d'infelicità o essere fuori luogo. Un concetto, quest'ultimo, ben rappresentato dalla sequenza in cui una sorprendente Piera Degli Esposti gioca a fare Franca Sozzani (l'editor di Vogue, peraltro protagonista di un bel documentario presentato proprio quest'anno a Venezia), chiedendo al protagonista del film un ardito collegamento tra Kant e il topless. 

Daniele è uno straniero per il mondo (il libro di Camus fa capolino in una breve inquadratura, e i suoi echi sono spesso presenti nel film), allo stesso modo in cui il mondo è estraneo a lui. Anche la persona che dovrebbe essergli più familiare, la madre, gli appare aliena.   

Bravissimi gli attori, anche se Parisi sembra avere un po' troppe tentazioni da cabaret, con una menzione particolare per Rocco Papaleo (il parroco), Andrea Purgatori (l'otorinolaringoiatra), e soprattutto Massimo Wertmüller (il chirurgo). Incredibile, poi, il cammeo del sociologo Alberto Abruzzese (il professore) che sembra "citare", di passaggio, la teoria del rincoglionimento da TV di Hans Magnus Enzensberger (già oggetto d'attenzione del Moretti isolano di qualche anno fa).

La vita può essere accompagnata da molti fischi fastidiosi, psicosomatici probabilmente, coi quali, tuttavia, si può anche sopravvivere, senza per forza ricorrere alle classiche mediazioni istituzionali (i medici, lo Stato, la chiesa, qui peraltro oggetto d'una sistematica demolizione) per risolverli. Take it easy (rassegnati, smetti di resistere!), sembra essere la sarcastica morale del film. Se muore un io, se ne può sempre fare un altro. E non è detto che sia peggio... Decongestionante (4,5/5)

Il divertentissimo trailer del film

lunedì 12 settembre 2016

Liberami (F. Di Giacomo, 2016)

E d'un tratto l'epifania. Il film della selezione di Venezia 2016, proposta da MyMovies, che più mi è piaciuto (al momento). 

Si tratta di Liberami, di Federica Di Giacomo, un documentario che racconta parole, opere e omissioni di Padre Cataldo (e un altro paio di compagni d'avventura), esorcista di stanza a Palermo, e idolo dei fedeli. Un film (in)credibile, al quale - letteralmente - ti rifiuti di credere, che mostra il rapporto tra religione e magia al Sud (ma non solo, come si vedrà alla fine), cinquantasette anni dopo il libro di Ernesto De Martino.

In una Sicilia che emerge da una poíesis eterna, seguiamo le storie di una serie di persone che si ritengono (o sono ritenute) possedute dal demonio, e si rivolgono ai servigi di Padre Cataldo per risolvere il loro problema, il quale è persino disposto a esorcizzare al telefono (prodigi dello smartphone!) pur di accontentare i suoi tantissimi questuanti.

Liberami è un documento interessantissimo, per certi versi prezioso ed eccitante. Una finestra su un sottosuolo sociale, alimentato da riserve d'ignoranza inesauribili, che è molto più vicino a noi di quanto si possa immaginare. Dopo la fine del sacro, e il suo riapparire in veste new age, ecco tornare una superstizione d'antan, con tanto d'acqua (benedetta), sale e altri condimenti assortiti.

La cinepresa di Federica Di Giacomo, non sottolinea, non commenta, non mette accenti. L'assurdo prende forma spontaneamente, senza quasi adoperare alcun espediente espressivo. Si tratta d'una rappresentazione oscena, nell'etimo, che mostra ciò che dovrebbe rimanere fuori dalla scena. Tanto, troppo. Una "posseduta", spiata a parlare della sua esperienza con un altro fedele, ne è perfettamente consapevole, ma riconosce l'effetto liberatorio di questa pubblica ordalia.

Gli esorcismi collettivi di Padre Cataldo, durante la messa, non possono non suggerire l'allestimento di un grande psicodramma collettivo, in un setting che gli conferisce legittimità. Le storie dei tanti fedeli che accorrono alla messa denunciano gli effetti perversi di famiglie disfunzionali, dipendenze, solitudini imputridite, malattie sociali e del corpo. In alcuni casi, i consigli di Padre Cataldo (autorità carismatica weberiana) costituiscono una surroga, un placebo sintomatico ai fallimenti della medicina (che sembra non funzionare bene neanche per lui), la quale non guarda più alla persona. Sullo sfondo aleggia anche quell'intimo nesso tra religione ed erotismo, di cui aveva parlato Bataille in un suo classico lavoro.

A parte un paio di sequenze, in cui Friedkin e l'Esorciccio sembrano pericolosamente fare capolino, Liberami è un film quadrato, onesto, quasi entomologico, montato e fotografato in modo eccezionale, e che, proprio per la sua onestà, lascia trapelare un messaggio agghiacciante. L'occhio (e ancor di più la prospettiva) della macchina da presa svela i trucchi da prestigiatore, coglie l'involontaria comicità dei rituali, registra impietoso lo sberleffo celato dei preti. Il finale con il corso di formazione per esorcisti di tutto il mondo (esiste davvero!) apre, poi, ad un mondo inaudito: i dati sul mercato dell'esorcismo contemporaneo sono sbalorditivi. 

No, non ci sono né buoni né cattivi nel film. Sale, tuttavia, incontrollabile, un'enorme "empathy" for the Devil, per parafrasare i Rolling Stones. Chapeau. 4,5/5

domenica 11 settembre 2016

Dark Night (T. Sutton, 2016)

Stessi temi di Home (Fien Troch), presentato anch'esso a Venezia 2016, e stilisticamente vicino al cinema europeo di Ulrich Seidl & co. (ma senza sesso). Catatonico, desolante e freddissimo. Con notevoli e improvvisi scatti, come nei riflessi dei rettili. Ben girato. Commento sonoro di livello (Maica Armata). Il senso di vuoto di una celebrazione in maschera c'è tutto. 3,5/5

sabato 10 settembre 2016

Maudite Poutine (K. Lemieux, 2016)

Breve storia triste di Vincent, operaio e batterista metal, che ruba una partita d'erba assieme ai suoi amici, ma se la deve vedere presto coi "legittimi" proprietari, in affari col fratello.

Maudite Poutine, di Karl Lemieux, presentato a Venezia 2016, è un film indecidibile come un teorema di Kurt Gödel. Indeciso tra rumore industriale e musica, un po' come il trash metal (bella la sequenza di Vincent che prova ad ascoltare Sibelius, ma non trattiene il bisogno di fare rumore con un blister da imballaggio). Indeciso tra lirismo e realtà (inopportuni alcuni afflati poetici; resta a metà l'amicizia di Vincent con la giovane chitarrista). Indecidibile come le relazioni umane, e il precario confine tra amico e nemico.

Pur essendo molto ben fotografato in un bianco e nero d'essai, e ben girato dal punto di vista tecnico, il film si basa su una proposta narrativa lacunosa, incoerente e inspiegabile, denunciata da un finale dilatato, sfilacciato e insostenibile. Ambisce (probabilmente) ad essere uno studio sulla dialettica della violenza, ma manca - tra le altre cose - di lucidità sociologica (Pasolini docet); peraltro, quando di tratta di fare i conti con la sua rappresentazione, rimane sospeso tra il troppo (l'ultra violenza) e l'ellissi. Irrisolto.

Il canadese Lemieux ci garantisce un'esperienza della visione per nulla banale. Tuttavia, la forma non è il contenuto. Attori comme ci, comme çaIn dubio pro reo: voto 3/5.

giovedì 8 settembre 2016

King of the Belgians (P. Brosens e J. Woodworth, 2016)

L'estasi (da ex, fuori, e stasis, "lo stare") è letteralmente l'"essere fuori da se stessi". Il termine è inteso, più specificamente, come un particolare modo di essere fuori da se stessi, che ha a che vedere con l'esaltazione dello spirito o con l'ascesi.

Ebbene, King of the Belgians, di Peter Brosens e Jessica Woodworth, presentato a Venezia 2016, è il racconto dell'"estasi" di un immaginario re del Belgio, Nicholas III, che - bloccato in Turchia da un incidente politico - deve provare a far ritorno al suo Paese. Per far questo, come Ulisse, gli tocca intraprendere un difficile viaggio attraverso un'Europa "minore", che sembra venir fuori dall'iconografia fiamminga e da certi cataloghi fotografici d'architettura socialista (ad esempio, questo).

Si tratta di un ritorno, di un nostos, metaforico; di un richiamo ad un'Europa perduta, rievocata da una colonna sonora composta prevalentemente da musica classica. Non, tuttavia, la musica di quella Europa "minore", balcanica, in cui si svolgono le vicende del film, bensì quella del canone germanico o centro-europeo. Così, il fatto che musica, eventi e paesaggi diversi non sembrino essere in conflitto assieme, e anzi convivano felicemente, fa da lezione di metodo per un'Europa che oggi s'interroga sulle sue piccole patrie, che è una babele di linguaggi (nel film si parlano svariate lingue), che ha smarrito valori e identità, che esiste solo nei diorami di mini-europe, ai piedi dell'Atomium di Brussels. 

Rifacendosi alla fantapolitica grottesca (mi vengono qui in mente il Saramago del Saggio sulla lucidità e lo Houellebecq di SottomissioneKing of the Belgians è un road movie balcanico, con mezzi improbabili e nemici da cartoon, che attraversa vari paesi dell'Est: Turchia, Bulgaria, Serbia, Montenegro, Albania. La progressiva uscita da se stesso del mutissimo Nicholas III (un fantastico Peter Van den Begin), la sua e-stasi, riesce a comunicare un'intensa, catartica felicità allo spettatore, che non può non condividerne lo smarrimento iniziale. Significativo, che tale uscita avvenga per opera dell'arte: la musica (pure quella folkloristica delle ballerine bulgare), ma anche il cinema (il film consiste nel materiale grezzo girato dal fotografo del re, ironicamente scritturato per esaltarne la figura). Da antologia, il ballo del re ubriaco sotto un cielo cianotico, accompagnato dalle note del Boléro di Maurice Ravel.  

Nel film di Brosens e Woodworth, a un certo punto, la politica diventa inaspettatamente poesia; poesia del quotidiano e delle piccole cose. Epifania. Autenticità spinta dal bisogno e dalla crisi. Saggio sulla descrescita felice dell'ambizione e dell'avidità. Verso la fine del film, il re è letteralmente nudo, mentre i suoi compagni di viaggio, senza nemmeno i documenti, sono apolidi della vita. Il finale è una sintesi dialettica, un conforto retorico, ma non inutile. Una proposta di speranza, un po' come questo semplice, ma toccante discorso del re Harald di Norvegia: http://www.repubblica.it/esteri/2016/09/06/news/re_di_norvegia_harald_migranti-147258544/?ref=fbpr. Bello assai. Voto: 4/5. Evviva il re?

lunedì 5 settembre 2016

Home (F. Troch, 2016)

Una scritta, all'inizio del film, ci avverte che la storia che stiamo per vedere è ispirata a fatti realmente accaduti; il che non fa presagire nulla di buono... 

Home, del belga Fien Troch, presentato a Venezia 2016 (io l'ho visto qui), è il ritratto di una generazione apparentemente perduta, quella dei cosiddetti "millenials"; una generazione che, come sostiene Massimo Recalcati (ad esempio, qui), non conosce più il desiderio, lo scarto tra volere e avere. 

Gli adolescenti di Home vivono in un presente (im)mediato. Immediato nel senso di istantaneo, veloce; ma anche nell'accezione di "senza mediazione" (da parte degli adulti, ad esempio). Un'immediatezza che spesso si risolve nell'incapacità di stabilire un perimetro di valori, nella saturazione della distanza tra scena e retroscena sociale (che diventa o/scenità), nell'afasia emotiva (che, a volte, è addirittura mutismo).

Uno dei temi centrali del film è proprio quello dell'incomunicabilità, che qui è sia orizzontale (tra pari) sia verticale (tra genitori e figli). Quest'ultima è ben descritta dalla sequenza in cui Kevin, uno dei ragazzi protagonisti della storia, riceve in regalo un televisore dai genitori della famiglia che lo ospita provvisoriamente, dopo aver avuto un'esperienza in carcere. Egli, tuttavia, non sa che farsene, preferendo scambiare messaggi con gli amici attraverso lo smartphone. Vecchi e nuovi media, messi a confronto, ci fanno intravedere in controluce la trama a maglia larga delle interazioni sociali contemporanee, che non si fanno quasi mai "incontro". 

La casa (home) del titolo è tutt'altro che un rifugio confortevole, né pare essere un riferimento civile o identitario (la homeland), in quanto incapace di produrre senso. Diventa, piuttosto, la gabbia di uno zoo, in cui si muovono animali miopi, anestetizzati, esausti e senza più voglia. La cui unica via di fuga sono le dipendenze, le nevrosi, o un'improvvisa, behavioristica scarica di adrenalina. L'abisso è, così, ineluttabile, ma senza neanche il senso del tragico.

Il film è girato in 4:3 (il formato televisivo), suggerendo un'estetica da documentario. La fotografia non presenta soluzioni innovative o ricercate, alludendo al cinéma vérité. Il quotidiano è quello della TV contemporanea, in cui tutto scorre, senza che si riesca a sottolinearne un passaggio, o ad afferrare un pezzo di anima. La regia è in background, ma è un merito. Bravi gli attori. Voto: 3/5. Opprimente.