Emily the Strange (Emily la stramba, in italiano) è un fumetto ideato da Rob Reger e illustrato da Buzz Parker. L'edizione qui recensita è quella che raccoglie le prime tre uscite (Lost, Dark e Bored) in un unico volume, edito dalla Dark Horse nel 2006, adesso disponibile anche in formato e-book su Amazon. Il fumetto è lo spin-off di una popolare e fortunata linea di abbigliamento e accessori, che ha poi progressivamente raggiunto una sua autonomia estetica e di contenuti.
Emily the Strange è un'opera felicemente infelice e orgogliosamente inattuale. Ma perfettamente integrata nell'odierna cultura pop, con tutta la connotazione nostalgica e il gusto del pastiche che caratterizza il discorso postmoderno. È una miscela rinfrescante di macerie, che mette assieme Cioran e la Famiglia Addams, il neogotico e la popular music, Edgar Allan Poe e il cinema di Georges Franju, i videogiochi a 8 bit e Sir Francis Bacon ("There is no excellent beauty that hath not some strangeness in the proportion"). Il gusto per la citazione è particolarmente ricercato nel caso della musica: Beatles, Frank Zappa, Miles Davis, John Cage... e un'intervista tutta da leggere a Marilyn Manson (con risposte scritte da lui/lei medesimo/a).
Emily eleva l'ennui a condizione umana privilegiata, capace d'assicurare esisti epistemologici imprevisti, soluzioni esistenziali di grande originalità, e un'escatologia perversa, tra morfologie emergenti, creature improbabili, topologie capricciose dello spazio-tempo, e ibridazioni stilistiche incredibilmente ardite (ad esempio, con la psichedelia). Dà all'abbandono, al perdere e al perdersi (lost) la dignità d'un percorso di serendipità. Sarà pure "gettata nel mondo", ma ne saggia il gusto obliquo con una certa incoscienza pre-adolescenziale. Il suo caleidoscopio negativo serve una gnoseologia capovolta e inaudita, ma coerente.
Nell'evocare i giornaletti d'altri tempi, Reger e soci ne hanno anche resuscitato lo spessore dei testi e la testimonianza sociologica. Emily è deviante per sopravvivere, e nel mondo tutto suo prova l'arte della fuga da un altro mondo, quello reale, letteralmente insopportabile. Le tavole sono popolate da numerosi calembour e da molta ironia, che ci ricordano il grande potenziale eversivo e straniante del linguaggio: "I'm so bored to death today, I'm even bored OF death", leggiamo in un balloon. Le avanguardie artistiche del Novecento non sono lontane. Per Benjamin esse erano correlate all'ascesa del nuovo ceto borghese. Qui, ciò che spinge dietro le quinte del teatro della storia, sono gli adolescenti del nuovo millennio, figli della crisi economica, dei valori, e della babele dei significanti. Il vero sottotesto del fumetto è forse proprio questo: una critica ferocissima alla società dei consumi, suonata con accordi minori, in cui l'acquisto diventa una prigione, anticipando un terrore profondo e niente affatto po(i)etico.
Il secondo volume è già nella lista dei desideri. Capolavorissimo!
mercoledì 8 giugno 2016
mercoledì 1 giugno 2016
The Juliette Society (S. Grey, 2013)
Sinceramente, mi aspettavo di più da questo suo primo “romanzuolo”. Sasha Grey è un personaggio poliedrico. È felicemente spregiudicata, intelligente, forse anche colta, a dispetto di tutti i possibili stereotipi sulla sua precedente attività nel mondo del porno; ed ha alle spalle buone e diversificate letture (e visioni), che qui e là emergono nel racconto. Il fatto è che tutte queste influenze vengono ostentate in modo piuttosto banale nel libro, rinunciando paradossalmente a quella che potremmo definire un’“erotica della citazione”. Perché, ad esempio, non far riconoscere i vari film al lettore, stipulando con lui un contratto di complicità più sofisticato? Sì, un certo sapore per la scrittura c’è (a tratti, sembra di riconoscere delle cose di Chuck Palahniuk). I “vuoti d’aria”, tuttavia, sono davvero troppi; l’intreccio non sembra mai “sbottonarsi” (absit iniuria verbis), ed è anche poco originale (mentre è interessante il soggetto, peccato!). Abbondano, infine, gli ingredienti davvero poco plausibili. Anche nei passaggi più hot, non sembra mai esserci quello slancio in più, che lo avrebbe reso a suo modo un evento, un crossover virtuoso con il suo ex-cinema, anche se forse non era proprio questo l’intento della Grey. Un’opera prima un po’ anemica, sebbene superiore a certa letteratura contemporanea per signore, che potrebbe comunque anticipare una carriera interessante. Provaci ancora Sasha...
lunedì 23 maggio 2016
Sesso, sé e società (C. Rinaldi, 2016)
È da pochissimo uscito, per i tipi della Mondadori Education, il libro di Cirus Rinaldi, intitolato Sesso, sé e società.
Si tratta di un lavoro straordinario e necessario, per il quale Cirus va fortemente ringraziato e ammirato. Un lavoro necessario, perché tratta di temi che troppo a lungo sono stati periferici, sotterranei, o addirittura ostacolati (ricordo ancora l’amaro sfogo di Renato Stella, nella introduzione a Eros, Cybersex, Neoporn, di qualche anno fa) nella riflessione sociologica del nostro Paese, nonostante siano di cruciale importanza.
Un lavoro straordinario, poi, per la sua difficoltà, ampiezza, completezza e maturità. Cirus ha portato a termine una vera e propria impresa. Il solo capitolo su “Sessualità e teoria sociologica” è roba da mandare al manicomio uno scienziato sociale (o quantomeno me…).
Ho letto il mio nome tra i ringraziamenti, assieme, tra gli altri, a quello di Kenneth Plummer, e ne sono lusingato e felice. Ho avuto la fortuna di seguire Cirus per un breve periodo della sua formazione universitaria, e sono adesso contento di vederlo navigare con sicurezza nelle perigliose acque di un’accademia sempre più “infeltrita”.
Un grande in bocca al lupo per questo lavoro, che costituirà certamente un punto di svolta nella letteratura sociologica italiana. Questi non sono solo libri che “dicono”, sono soprattutto libri che “fanno”… tante cose. Congratulations, buddy!
Si tratta di un lavoro straordinario e necessario, per il quale Cirus va fortemente ringraziato e ammirato. Un lavoro necessario, perché tratta di temi che troppo a lungo sono stati periferici, sotterranei, o addirittura ostacolati (ricordo ancora l’amaro sfogo di Renato Stella, nella introduzione a Eros, Cybersex, Neoporn, di qualche anno fa) nella riflessione sociologica del nostro Paese, nonostante siano di cruciale importanza.
Un lavoro straordinario, poi, per la sua difficoltà, ampiezza, completezza e maturità. Cirus ha portato a termine una vera e propria impresa. Il solo capitolo su “Sessualità e teoria sociologica” è roba da mandare al manicomio uno scienziato sociale (o quantomeno me…).
Ho letto il mio nome tra i ringraziamenti, assieme, tra gli altri, a quello di Kenneth Plummer, e ne sono lusingato e felice. Ho avuto la fortuna di seguire Cirus per un breve periodo della sua formazione universitaria, e sono adesso contento di vederlo navigare con sicurezza nelle perigliose acque di un’accademia sempre più “infeltrita”.
Un grande in bocca al lupo per questo lavoro, che costituirà certamente un punto di svolta nella letteratura sociologica italiana. Questi non sono solo libri che “dicono”, sono soprattutto libri che “fanno”… tante cose. Congratulations, buddy!
mercoledì 11 maggio 2016
Ore Diciotto in Punto (G. Gigliorosso, 2014)
Ore Diciotto in Punto è un film siciliano, interamente autoprodotto, diretto da Giuseppe Gigliorosso.
Come scrive lo stesso regista, nelle pagine del corposo libretto, allegato al DVD: "è un film completamente indipendente, realizzato senza contributi pubblici, senza 'padroni', un film che ha voluto vedere la luce a tutti i costi. Gli unici produttori del film siamo noi, sono i tecnici e gli attori". Per questa ragione, è quasi un miracolo che sia stato realizzato, sia uscito nelle sale e, oggi, sia pure disponibile in DVD (anche se non si tratta di una vera e propria distribuzione).
Ore Diciotto in punto non è solo fuori dal mercato dal punto di vista economico, ma è anche fuori dal "mercato" delle idee e dalla trivialità del cinema italiano contemporaneo. È un film diverso - meravigliosamente diverso, verrebbe da dire.
A proposito di miracoli, la trama è presto detta. Nell'effervescente e claustrofobico "ufficio traghettatori dell'aldilà", Paride (una specie d'angelo fuori catalogo) incappa in una "pratica" piuttosto complicata: l'aspirante suicida Nicola (un allampanato Salvo Piparo) non riesce a realizzare l'insano gesto, perché "distratto" da una misteriosa telefonata. È un'anomalia, un'imprevista curvatura spazio-temporale. Riuscirà Paride ad evadere la pratica? Ed in che modo?
Naturalmente, non si tratta d'un tema nuovo nella storia del cinema, si possono ricordare, ad esempio, Accadde in Paradiso (A. Rudolph, 1987) o l'ancora più noto Il paradiso può attendere (W. Beatty e B. Henry, 1979), a sua volta remake di L'inafferrabile signor Jordan del 1941; per non parlare dei tanti riferimenti letterari. Ma qui abbiamo alcune piacevoli novità, e un certo gusto per la sperimentazione a più livelli.
Ore Diciotto in Punto è una favola contemporanea, un poemetto ispirato e a tratti commovente, una composizione delicatamente surreale. I personaggi sono disegnati come in un fumetto, e gli attori svolgono bene il loro compito (con una menzione speciale per Lollo Franco), facendo prevalere la maschera e il corpo sull'interpretazione e le parole. Nicola e la Duchessa (Valentina Gebbia) sono archetipi perfetti d'un racconto senza tempo, se non fosse per l'espediente diegetico del telefono cellulare. Ciò rende il film adatto praticamente a tutte le età... e le sensibilità.
Un aspetto che mi ha particolarmente colpito è quello di avere reso Palermo (fotografata splendidamente da sguardi esperti e da ottiche niente affatto low budget) un luogo dello spirito anziché un luogo reale, concreto, storicamente determinato. Con la rinfrescante conseguenza, che non è dato rintracciare alcuno stereotipo isolano, come è prassi in molti film girati in Sicilia. Ci sono solo degli accenti costieri nelle parole, che accarezzano i dialoghi con un tocco d'"esoticità".
A dispetto della leggerezza del tutto, sullo sfondo s'intravedono comunque letture importanti e profonde, e alcune citazioni cinematografiche d'autore (il bagno nella fontana, solo per citarne una). La sceneggiatura e la struttura del racconto sono notevoli. Il gioco di rimbalzi tra apparenza e realtà, tra fantastico e verosimile, tra destino e caso (o caos?), tra determinismo (le regole, ad esempio) e libero arbitrio (temi cari a Émile Durkheim, uno dei primi studiosi ad occuparsi scientificamente del suicidio...) è sviluppato davvero molto bene, tradendo una certa densità filosofica. Brillante il lavoro sulle emozioni dello spettatore, esito d'un fine lavoro di montaggio e regia (Gigliorosso si ritaglia anche un cammeo nel film), e di una soundtrack che veste il film con eleganza. Il finale, poi, è straordinario, e alcune trovate nella messa in scena possono entrare di diritto in una nuova antologia del cinema. Bravi tutti, con premi e riconoscimenti meritati.
Una telefonata può salvare la vita, ma anche un bel film "un ci babbìa". Ossigenante. 4/5
Il trailer del film
Come scrive lo stesso regista, nelle pagine del corposo libretto, allegato al DVD: "è un film completamente indipendente, realizzato senza contributi pubblici, senza 'padroni', un film che ha voluto vedere la luce a tutti i costi. Gli unici produttori del film siamo noi, sono i tecnici e gli attori". Per questa ragione, è quasi un miracolo che sia stato realizzato, sia uscito nelle sale e, oggi, sia pure disponibile in DVD (anche se non si tratta di una vera e propria distribuzione).
Ore Diciotto in punto non è solo fuori dal mercato dal punto di vista economico, ma è anche fuori dal "mercato" delle idee e dalla trivialità del cinema italiano contemporaneo. È un film diverso - meravigliosamente diverso, verrebbe da dire.
A proposito di miracoli, la trama è presto detta. Nell'effervescente e claustrofobico "ufficio traghettatori dell'aldilà", Paride (una specie d'angelo fuori catalogo) incappa in una "pratica" piuttosto complicata: l'aspirante suicida Nicola (un allampanato Salvo Piparo) non riesce a realizzare l'insano gesto, perché "distratto" da una misteriosa telefonata. È un'anomalia, un'imprevista curvatura spazio-temporale. Riuscirà Paride ad evadere la pratica? Ed in che modo?
Naturalmente, non si tratta d'un tema nuovo nella storia del cinema, si possono ricordare, ad esempio, Accadde in Paradiso (A. Rudolph, 1987) o l'ancora più noto Il paradiso può attendere (W. Beatty e B. Henry, 1979), a sua volta remake di L'inafferrabile signor Jordan del 1941; per non parlare dei tanti riferimenti letterari. Ma qui abbiamo alcune piacevoli novità, e un certo gusto per la sperimentazione a più livelli.
Ore Diciotto in Punto è una favola contemporanea, un poemetto ispirato e a tratti commovente, una composizione delicatamente surreale. I personaggi sono disegnati come in un fumetto, e gli attori svolgono bene il loro compito (con una menzione speciale per Lollo Franco), facendo prevalere la maschera e il corpo sull'interpretazione e le parole. Nicola e la Duchessa (Valentina Gebbia) sono archetipi perfetti d'un racconto senza tempo, se non fosse per l'espediente diegetico del telefono cellulare. Ciò rende il film adatto praticamente a tutte le età... e le sensibilità.
Un aspetto che mi ha particolarmente colpito è quello di avere reso Palermo (fotografata splendidamente da sguardi esperti e da ottiche niente affatto low budget) un luogo dello spirito anziché un luogo reale, concreto, storicamente determinato. Con la rinfrescante conseguenza, che non è dato rintracciare alcuno stereotipo isolano, come è prassi in molti film girati in Sicilia. Ci sono solo degli accenti costieri nelle parole, che accarezzano i dialoghi con un tocco d'"esoticità".
A dispetto della leggerezza del tutto, sullo sfondo s'intravedono comunque letture importanti e profonde, e alcune citazioni cinematografiche d'autore (il bagno nella fontana, solo per citarne una). La sceneggiatura e la struttura del racconto sono notevoli. Il gioco di rimbalzi tra apparenza e realtà, tra fantastico e verosimile, tra destino e caso (o caos?), tra determinismo (le regole, ad esempio) e libero arbitrio (temi cari a Émile Durkheim, uno dei primi studiosi ad occuparsi scientificamente del suicidio...) è sviluppato davvero molto bene, tradendo una certa densità filosofica. Brillante il lavoro sulle emozioni dello spettatore, esito d'un fine lavoro di montaggio e regia (Gigliorosso si ritaglia anche un cammeo nel film), e di una soundtrack che veste il film con eleganza. Il finale, poi, è straordinario, e alcune trovate nella messa in scena possono entrare di diritto in una nuova antologia del cinema. Bravi tutti, con premi e riconoscimenti meritati.
Una telefonata può salvare la vita, ma anche un bel film "un ci babbìa". Ossigenante. 4/5
Il trailer del film
martedì 29 marzo 2016
La Dame dans l'auto avec des lunettes et un fusil (J. Sfar, 2015)
Mi capita di pensare, ormai con una certa assiduità, che - a parte per l'impiego di svariate diavolerie digitali - il cinema abbia oramai esaurito gran parte delle sue possibilità espressive. Ebbene, La dame dans l'auto avec des lunettes et un fusil (2015), di Joann Sfar, è uno di quei film che ti fa cambiare immediatamente idea.La segretaria Dany (interpretata da una bellissima e bravissima Freya Mavor) viene ingaggiata dal capo (Benjamin Biolay) per un incarico extra a casa sua. Nonostante alcune ambiguità circa la natura dell'incarico e le intenzioni della moglie del capo (Stacy Martin), Dany porta a termine il lavoro, ma ora deve ritornare a casa...
Mescolando quasi una decina di sottogeneri, con una colonna sonora ispirata e frizzante, utilizzando tecniche di ripresa e montaggio vecchie (ad esempio, lo split-screen, che rimanda al primo De Palma, qui fatto scorrere come le strip d'un fumetto) e nuove (l'editing "a scomparsa", che suggerisce la fantasmaticità della narrazione quotidiana), sfruttando una fotografia da rotocalco per signora degli anni Settanta e una manciata di grandi idee d'autore, Sfar è riuscito a confezionare un discorso d'alta scuola sul cinema come illusione, sulla paura e il desiderio.
Facendo leva su tecnica e intreccio, il regista è capace di farci vedere simultaneamente sia la storia di Dany così com'è, sia come lei avrebbe voluto che fosse. È come se la protagonista guardasse un film di cui è protagonista. L'escamotage ha una doppia valenza: da una parte, allude al lavoro psichico degli individui, ai suoi dilemmi, alle sue aporie, alla complicata struttura del desiderio, che fa della mancanza, dell'ellisse la sua matrice essenziale; dall'altra parte, la messa in scena ci interroga sul nostro ruolo di spettatori che masticano le paure in sicurezza, favorendo la nostra ginnastica ermeneutica. Il gioco di specchi, così, si amplifica e diventa labirintico, sebbene il regista non ci faccia mancare alcuni ausili per orientarci (geniale la mappa stilizzata dei movimenti dei protagonisti nella notte, servita su split-screen). Ci sono i doppi dei doppi, il caso gioca il suo ruolo e diventa caos dal punto di vista dei singoli. Esso è semplicemente un ordine che non si capisce, come voleva H. Miller (Tropico del Capricorno). Le traiettorie s'incrociano, viaggiano parallele per un po', e poi si separano. Il destino si scrive e si riscrive continuamente, come la verità (un tipico tema rohmeriano).
La dame dans l'auto avec des lunettes et un fusil è un gran bel film, che potrebbe ambire allo status di classico. Capace di catturare vari tipi di spettatore, ma profondamente stratificato e complesso al suo interno. Una delizia per cinefili. Se tecnicamente ricorda molto De Palma, i riferimenti ad altri maestri non mancano (i maestri del "giallo" italiano, la nouvelle vague francese, soprattutto Chabrol, lo Scorsese di After Hours, e poi Ulmer, Lynch, Tarantino, Spielberg...). Ma il riferimento più denso, una densità che si può quasi toccare, credo sia quello ad Alfred Hitchcock, non a caso il padre spirituale di De Palma: un persona normale (innocente) precipita improvvisamente in una dimensione fuori dall'ordinario (o viene incolpata ingiustamente), e deve provare a uscirne. Un po' ciò che diceva Adorno sul jazz: "getting into trouble and out again" (in Scritti Sociologici, Einaudi, Torino, p. 293). Non c'è la stessa sapienza del maestro nel dosare bene gli ingredienti, non c'è la stessa leggerezza di tocco, ma ci siamo molto, molto vicini.
Cinema d'altri tempi (si tratta d'un remake, a sua volta tratto da un romanzo di Sébastien Japrisot) in salsa postmodern. Forse ho ragione, non ci sono più i film d'una volta. Ma quelli d'una volta possono essere fatti ancora meglio. Quasi un capolavoro. Fumettaccio bipolare. 5/5
Il trailer del film
martedì 16 febbraio 2016
Beatles (E. Assante e G. Castaldo, 2014)
Il libro è appassionante e ben scritto. Non affatto pleonastico per chi ha già letto tutto sui Beatles. Allo stesso tempo, da consigliare a chi vuol cominciare ad alfabetizzarsi al mondo di questa band straordinaria. Purtroppo, è pieno zeppo di cose copiate dai "testi sacri" sui Beatles (Lewisohn, MacDonald, Martin, Norman, Diez...). Non ci sarebbe nulla di male, se gli autori venissero citati. E invece nulla, neanche uno straccio di riferimento bibliografico! Peccato, perché - a parte la scorrettezza della cosa - ciò avrebbe consentito di distinguere le parti originali di Assante e Castaldo da quelle riferite, e inoltre sarebbe venuta fuori un'interessante edizione critica, aggiornata al 2014. Inutili i riassunti in corsivo, all'inizio di ogni capitolo. Non sono, infatti, riassunti; sono caotici e spesso fastidiosi. Insomma, sembra essere stato fatto di fretta, con poca cura in fase di editing. I contenuti, tuttavia, ci sono, ed alcuni passaggi (soprattutto sul contesto sociale degli anni Sessanta) sono veramente suggestivi e istruttivi. Tipico caso di contenuto che è migliore della forma. Peccato, un'occasione sciupata, a mio avviso. Rivedibile.
mercoledì 3 febbraio 2016
Attenberg (A.R. Tsangari, 2010)
L'habitat di Marina sembra sopravvissuto ad un'esplosione nucleare, è un universo post-sociale, fatto d'istinti, in cui sembra mancare qualsivoglia mediazione culturale, come ci mostra brillantemente lo stesso lavoro di composizione della Tsangari. Il paesaggio sonoro quasi coincide col rumore di fondo. Il dominio della tecnica è messo tra parentesi. Quest'ultima non sembra (drammaticamente) poter avere alcun impatto sugli individui; al limite, svolge una mera funzione "diagnostica" o ancillare (un CD player portatile, che ogni tanto riproduce musica bebop). Non c'è, praticamente, la TV.
![]() |
| Fig. 1 - Mimesis |
La comunicazione di Marina e dei suoi simili è fatta di rapidi scambi di fonemi, versi primitivi, posture animalesche, e boccacce (letteralmente) (cfr. la Fig. 1). La sintassi è generata da assonanze. In alcuni momenti, sembra pure che la regressione in una forma animale possa davvero aver luogo (cfr. la Fig. 2).
![]() |
| Fig. 2 - Prove di fuga |
Probabilmente, vediamo tutto con gli occhi e la mente di Marina, la quale - nella sua difficile sfida per entrare nel mondo adulto - prova l'arte della fuga ed i funambolismi dei più piccoli. Se è così, l'esercizio è straordinario.
Marina si muove verso la nuova fase della sua evoluzione con i movimenti idromeccanici assicurati da due traghettatori: il padre (Vangelis Mourikis), l'unico portatore (malato) di una qualche coscienza storica della Grecia moderna, e un ingegnere conosciuto a lavoro con cui sperimenta il sesso (niente po' po' di meno che Yorgos Lanthimos, il quale sulle morfogenesi linguistiche ha diretto dei veri e propri film saggio), rispetto ai quali fa, in qualche modo, da canale di trasmissione e sponda l'amica Bella (Evangelia Randou).
Non c'è una morale. Non c'è una spiegazione. Solo descrizioni ed ellissi.
Attenberg è un film notevolissimo (premi e nomination inclusi), che non mancherà di suscitare, anche nello spettatore più addomesticato, spunti di riflessione e qualche sussulto emotivo. Lavora per sottrazioni e dislocazioni, attorno alle quali prolifera il desiderio, fa ricorso a forme pure ed archetipi, ed è fortemente anti-narrativo, come un catalogo di mobili nordici; ma funziona con una meccanica quasi perfetta. Si resta attaccati allo schermo sino alla fine, senza alcuno scampo. Un film verista. 5/5
Iscriviti a:
Post (Atom)








