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lunedì 15 gennaio 2018
L'amore e la violenza (Baustelle, 2016)
L'amore e la violenza, l'ultimo disco dei Baustelle, è un lavoro di ricerca e (ri)scrittura notevolissimo. Gramscianamente "organico", riesce a miscelare, senza scarti, musica alta e musica bassa, pop e sperimentazione, vecchio e nuovo, in una problematizzante, disperata sintesi postmoderna. Parole e sonorità spaziano da Nicola Di Bari ai Goblins di Claudio Simonetti, da Viola Valentino a Rick Wakeman, da Don Backy a John Lennon, da Franco Battiato al maestro Riz Ortolani, da Sandokan degli Oliver Onions a Fabrizio De André, solo per citarne alcuni. Viene sistematicamente evitata certa standardizzazione imperante nella pop music contemporanea, e proposte oblique progressioni armoniche e versi fuori squadra, come in un processo evolutivo mutante. Mi ha evocato il languore di quei lividi tramonti urbani, che disegnano le ombre e le lacune delle nostre periferie. Per molto meno, nel caso dei Talking Heads, si parlò di capolavoro. "Complimentazioni", e molte stelle... al collasso. Sublime.
Rest (C. Gainsbourg, 2017)
Ascoltare il cinema che s'ibrida con la popular music è quasi sempre un'esperienza interessante. Non fa eccezione questo nuovo lavoro di Charlotte Gainsbourg, intitolato Rest, in cui alcuni stilemi della musica anni Settanta vengono riletti e digeriti con l'algoritmica sensibilità degli anni dieci. Si sente molto la produzione targata Daft Punk, che però si combina in modo sorprendentemente efficace con la voce della Gainsbourg, la quale, seppur connotata da una consistenza fantasmatica (e non è un limite), riesce a trasmettere buone vibrazioni e una certa originale inquietudine. Dietro le quinte, irriconoscibile, c'è anche il vecchio Paul McCartney, la cui Songbird in a Cage viene qui sezionata e ricucita al sintetizzatore come una sorta di Frankenstein post-vintage. L'impressione complessiva è di un lavoro molto ben concepito, realizzato, e interpretato. Ascoltare per credere.
venerdì 13 gennaio 2017
L'amore e la violenza (Baustelle, 2017)
L'amore e la violenza, l'ultimo disco dei Baustelle, è un lavoro di ricerca e (ri)scrittura notevolissimo. Gramscianamente "organico", riesce a miscelare, senza scarti, musica alta e musica bassa, pop e sperimentazione, vecchio e nuovo, in una problematizzante, disperata sintesi postmoderna. Parole e sonorità spaziano da Nicola Di Bari ai Goblins di Claudio Simonetti, da Viola Valentino a Rick Wakeman, da Don Backy a John Lennon, da Franco Battiato al maestro Riz Ortolani, da Sandokan degli Oliver Onions a Fabrizio De André, solo per citarne alcuni. Viene sistematicamente evitata certa standardizzazione imperante nella pop music contemporanea, e proposte oblique progressioni armoniche e versi fuori squadra, come in un processo evolutivo mutante. Mi ha evocato il languore di quei lividi tramonti urbani, che disegnano le ombre e le lacune delle nostre periferie. Per molto meno, nel caso dei Talking Heads, si parlò di capolavoro. "Complimentazioni", e molte stelle... al collasso. Sublime.
venerdì 12 agosto 2016
martedì 16 febbraio 2016
Beatles (E. Assante e G. Castaldo, 2014)
Il libro è appassionante e ben scritto. Non affatto pleonastico per chi ha già letto tutto sui Beatles. Allo stesso tempo, da consigliare a chi vuol cominciare ad alfabetizzarsi al mondo di questa band straordinaria. Purtroppo, è pieno zeppo di cose copiate dai "testi sacri" sui Beatles (Lewisohn, MacDonald, Martin, Norman, Diez...). Non ci sarebbe nulla di male, se gli autori venissero citati. E invece nulla, neanche uno straccio di riferimento bibliografico! Peccato, perché - a parte la scorrettezza della cosa - ciò avrebbe consentito di distinguere le parti originali di Assante e Castaldo da quelle riferite, e inoltre sarebbe venuta fuori un'interessante edizione critica, aggiornata al 2014. Inutili i riassunti in corsivo, all'inizio di ogni capitolo. Non sono, infatti, riassunti; sono caotici e spesso fastidiosi. Insomma, sembra essere stato fatto di fretta, con poca cura in fase di editing. I contenuti, tuttavia, ci sono, ed alcuni passaggi (soprattutto sul contesto sociale degli anni Sessanta) sono veramente suggestivi e istruttivi. Tipico caso di contenuto che è migliore della forma. Peccato, un'occasione sciupata, a mio avviso. Rivedibile.
martedì 10 giugno 2014
Tutti per uno (A Hard Day's Night, Richard Lester, 1964)
C'è tutta un'estetica in A Hard Day's Night, l'estetica pop dei primi anni Sessanta. C'è l'ultimo bianco e nero del Novecento, prima che diventi make-up. C'è il modernariato d'una tecnologia elettronica che, di lì a poco, avrebbe cambiato il mondo. C'è il vertice più alto della musica d'intrattenimento giovanile; grandissimo artigianato, che sarebbe diventato in un anno e mezzo, con la pubblicazione di Revolver prima, e Sgt. Pepper's Lonely Heart Club Band poi, vera e propria Arte del suono. E c'è un'ingenuità di fondo, che sarebbe presto scomparsa per sempre dalla cultura popolare; un'ingenuità cui l'assassinio di JFK, nel '63, aveva già inferto un colpo mortale.
È, dunque, con grande nostalgia che si (ri)vede il film di Richard (Dick) Lester; un film che risulta - anche dopo 50 anni - ancora fresco, veloce, scintillante, nonostante sia distante anni luce dalla koinè di MTV. I dialoghi surreali e intelligenti sono da antologia di letteratura inglese. Le trovate nella mise-en-scène a tratti geniali. I riferimenti alla storia del cinema pre-1964 si sprecano: dalla nouvelle vague ai fratelli Marx, dallo slapstick alla commedia americana, fino al cinéma vérité.
La settima arte, l'esperienza della visione, si fondono perfettamente col pop beatlesiano, e anzi ne costituiscono probabilmente le ragioni del successo planetario e senza tempo. Senza il cinema, e soprattutto la TV (opportunamente "omaggiata" nel film, con più d'una allusione all'Ed Sullivan Show), il fenomeno Beatles non sarebbe mai esistito. Ma quella TV non era la TV di oggi, era la TV delle "cerimonie del vero". E A Hard Day's Night, in fondo, non fa altro che raccontare la realtà di ciò che accadeva in quegli anni nei (e attorno ai) Beatles, omettendo, certo, gli eccessi della band, che l'iconografia ufficiale voleva invece perfettamente integrata, ed espressione dell'ideologia d'una giovane classe media in ascesa; e, allo stesso tempo, edulcorando paradossalmente certi aspetti estremi della Beatlemania. Ma se il rock è autenticità, e il pop iperrealismo, qui si raggiunge una perfetta, sublime via di mezzo. Da una parte, infatti, il sudore sui volti di John e Paul è incontrollabile, dall'altra il film possiede i meccanismi perfetti d'un orologio svizzero.
E poi c'è la musica, che "sparata" negli altoparlanti delle moderne sale di proiezione 3D continua a stupire e deliziare le orecchie, senza conoscere cedimento alcuno, come se fosse stata registrata oggi. E quando, nello show finale, esplodono le armonizzazioni vocali di She loves you, non puoi non battere i piedi, respirare lo Zeitgeist del 1964, e chiederti che cosa sia successo oggi alla popular music, di quale malattia soffra, come mai certe canzoni scadano, come le mozzarelle, dopo tre giorni, come mai tutta la tecnologia di oggi riesca solo ad animare, per una breve stagione, degli zombie musicali.
Un film da non perdere (neanche i titoli di coda, che sono un'opera d'arte in sé). Un film che fa bene al cuore e alla mente. Ricostituente. (5/5)
Il trailer
Per approfondire: S. Arcagni, P. Gep Cucco, G. Michelone, Il cinema dei Beatles, Falsopiano, Alessandria, 1998.
È, dunque, con grande nostalgia che si (ri)vede il film di Richard (Dick) Lester; un film che risulta - anche dopo 50 anni - ancora fresco, veloce, scintillante, nonostante sia distante anni luce dalla koinè di MTV. I dialoghi surreali e intelligenti sono da antologia di letteratura inglese. Le trovate nella mise-en-scène a tratti geniali. I riferimenti alla storia del cinema pre-1964 si sprecano: dalla nouvelle vague ai fratelli Marx, dallo slapstick alla commedia americana, fino al cinéma vérité.
La settima arte, l'esperienza della visione, si fondono perfettamente col pop beatlesiano, e anzi ne costituiscono probabilmente le ragioni del successo planetario e senza tempo. Senza il cinema, e soprattutto la TV (opportunamente "omaggiata" nel film, con più d'una allusione all'Ed Sullivan Show), il fenomeno Beatles non sarebbe mai esistito. Ma quella TV non era la TV di oggi, era la TV delle "cerimonie del vero". E A Hard Day's Night, in fondo, non fa altro che raccontare la realtà di ciò che accadeva in quegli anni nei (e attorno ai) Beatles, omettendo, certo, gli eccessi della band, che l'iconografia ufficiale voleva invece perfettamente integrata, ed espressione dell'ideologia d'una giovane classe media in ascesa; e, allo stesso tempo, edulcorando paradossalmente certi aspetti estremi della Beatlemania. Ma se il rock è autenticità, e il pop iperrealismo, qui si raggiunge una perfetta, sublime via di mezzo. Da una parte, infatti, il sudore sui volti di John e Paul è incontrollabile, dall'altra il film possiede i meccanismi perfetti d'un orologio svizzero.
E poi c'è la musica, che "sparata" negli altoparlanti delle moderne sale di proiezione 3D continua a stupire e deliziare le orecchie, senza conoscere cedimento alcuno, come se fosse stata registrata oggi. E quando, nello show finale, esplodono le armonizzazioni vocali di She loves you, non puoi non battere i piedi, respirare lo Zeitgeist del 1964, e chiederti che cosa sia successo oggi alla popular music, di quale malattia soffra, come mai certe canzoni scadano, come le mozzarelle, dopo tre giorni, come mai tutta la tecnologia di oggi riesca solo ad animare, per una breve stagione, degli zombie musicali.
Un film da non perdere (neanche i titoli di coda, che sono un'opera d'arte in sé). Un film che fa bene al cuore e alla mente. Ricostituente. (5/5)
Il trailer
Per approfondire: S. Arcagni, P. Gep Cucco, G. Michelone, Il cinema dei Beatles, Falsopiano, Alessandria, 1998.
mercoledì 14 marzo 2012
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