L'estasi (da ex, fuori, e stasis, "lo stare") è letteralmente l'"essere fuori da se stessi". Il termine è inteso, più specificamente, come un particolare modo di essere fuori da se stessi, che ha a che vedere con l'esaltazione dello spirito o con l'ascesi.
Ebbene, King of the Belgians, di Peter Brosens e Jessica Woodworth, presentato a Venezia 2016, è il racconto dell'"estasi" di un immaginario re del Belgio, Nicholas III, che - bloccato in Turchia da un incidente politico - deve provare a far ritorno al suo Paese. Per far questo, come Ulisse, gli tocca intraprendere un difficile viaggio attraverso un'Europa "minore", che sembra venir fuori dall'iconografia fiamminga e da certi cataloghi fotografici d'architettura socialista (ad esempio, questo).
Si tratta di un ritorno, di un nostos, metaforico; di un richiamo ad un'Europa perduta, rievocata da una colonna sonora composta prevalentemente da musica classica. Non, tuttavia, la musica di quella Europa "minore", balcanica, in cui si svolgono le vicende del film, bensì quella del canone germanico o centro-europeo. Così, il fatto che musica, eventi e paesaggi diversi non sembrino essere in conflitto assieme, e anzi convivano felicemente, fa da lezione di metodo per un'Europa che oggi s'interroga sulle sue piccole patrie, che è una babele di linguaggi (nel film si parlano svariate lingue), che ha smarrito valori e identità, che esiste solo nei diorami di mini-europe, ai piedi dell'Atomium di Brussels.
Rifacendosi alla fantapolitica grottesca (mi vengono qui in mente il Saramago del Saggio sulla lucidità e lo Houellebecq di Sottomissione) King of the Belgians è un road movie balcanico, con mezzi improbabili e nemici da cartoon, che attraversa vari paesi dell'Est: Turchia, Bulgaria, Serbia, Montenegro, Albania. La progressiva uscita da se stesso del mutissimo Nicholas III (un fantastico Peter Van den Begin), la sua e-stasi, riesce a comunicare un'intensa, catartica felicità allo spettatore, che non può non condividerne lo smarrimento iniziale. Significativo, che tale uscita avvenga per opera dell'arte: la musica (pure quella folkloristica delle ballerine bulgare), ma anche il cinema (il film consiste nel materiale grezzo girato dal fotografo del re, ironicamente scritturato per esaltarne la figura). Da antologia, il ballo del re ubriaco sotto un cielo cianotico, accompagnato dalle note del Boléro di Maurice Ravel.
Nel film di Brosens e Woodworth, a un certo punto, la politica diventa inaspettatamente poesia; poesia del quotidiano e delle piccole cose. Epifania. Autenticità spinta dal bisogno e dalla crisi. Saggio sulla descrescita felice dell'ambizione e dell'avidità. Verso la fine del film, il re è letteralmente nudo, mentre i suoi compagni di viaggio, senza nemmeno i documenti, sono apolidi della vita. Il finale è una sintesi dialettica, un conforto retorico, ma non inutile. Una proposta di speranza, un po' come questo semplice, ma toccante discorso del re Harald di Norvegia: http://www.repubblica.it/esteri/2016/09/06/news/re_di_norvegia_harald_migranti-147258544/?ref=fbpr. Bello assai. Voto: 4/5. Evviva il re?
giovedì 8 settembre 2016
lunedì 5 settembre 2016
Home (F. Troch, 2016)
Una scritta, all'inizio del film, ci avverte che la storia che stiamo per vedere è ispirata a fatti realmente accaduti; il che non fa presagire nulla di buono...
Home, del belga Fien Troch, presentato a Venezia 2016 (io l'ho visto qui), è il ritratto di una generazione apparentemente perduta, quella dei cosiddetti "millenials"; una generazione che, come sostiene Massimo Recalcati (ad esempio, qui), non conosce più il desiderio, lo scarto tra volere e avere.
Gli adolescenti di Home vivono in un presente (im)mediato. Immediato nel senso di istantaneo, veloce; ma anche nell'accezione di "senza mediazione" (da parte degli adulti, ad esempio). Un'immediatezza che spesso si risolve nell'incapacità di stabilire un perimetro di valori, nella saturazione della distanza tra scena e retroscena sociale (che diventa o/scenità), nell'afasia emotiva (che, a volte, è addirittura mutismo).
Uno dei temi centrali del film è proprio quello dell'incomunicabilità, che qui è sia orizzontale (tra pari) sia verticale (tra genitori e figli). Quest'ultima è ben descritta dalla sequenza in cui Kevin, uno dei ragazzi protagonisti della storia, riceve in regalo un televisore dai genitori della famiglia che lo ospita provvisoriamente, dopo aver avuto un'esperienza in carcere. Egli, tuttavia, non sa che farsene, preferendo scambiare messaggi con gli amici attraverso lo smartphone. Vecchi e nuovi media, messi a confronto, ci fanno intravedere in controluce la trama a maglia larga delle interazioni sociali contemporanee, che non si fanno quasi mai "incontro".
La casa (home) del titolo è tutt'altro che un rifugio confortevole, né pare essere un riferimento civile o identitario (la homeland), in quanto incapace di produrre senso. Diventa, piuttosto, la gabbia di uno zoo, in cui si muovono animali miopi, anestetizzati, esausti e senza più voglia. La cui unica via di fuga sono le dipendenze, le nevrosi, o un'improvvisa, behavioristica scarica di adrenalina. L'abisso è, così, ineluttabile, ma senza neanche il senso del tragico.
Il film è girato in 4:3 (il formato televisivo), suggerendo un'estetica da documentario. La fotografia non presenta soluzioni innovative o ricercate, alludendo al cinéma vérité. Il quotidiano è quello della TV contemporanea, in cui tutto scorre, senza che si riesca a sottolinearne un passaggio, o ad afferrare un pezzo di anima. La regia è in background, ma è un merito. Bravi gli attori. Voto: 3/5. Opprimente.
Home, del belga Fien Troch, presentato a Venezia 2016 (io l'ho visto qui), è il ritratto di una generazione apparentemente perduta, quella dei cosiddetti "millenials"; una generazione che, come sostiene Massimo Recalcati (ad esempio, qui), non conosce più il desiderio, lo scarto tra volere e avere.
Gli adolescenti di Home vivono in un presente (im)mediato. Immediato nel senso di istantaneo, veloce; ma anche nell'accezione di "senza mediazione" (da parte degli adulti, ad esempio). Un'immediatezza che spesso si risolve nell'incapacità di stabilire un perimetro di valori, nella saturazione della distanza tra scena e retroscena sociale (che diventa o/scenità), nell'afasia emotiva (che, a volte, è addirittura mutismo).
Uno dei temi centrali del film è proprio quello dell'incomunicabilità, che qui è sia orizzontale (tra pari) sia verticale (tra genitori e figli). Quest'ultima è ben descritta dalla sequenza in cui Kevin, uno dei ragazzi protagonisti della storia, riceve in regalo un televisore dai genitori della famiglia che lo ospita provvisoriamente, dopo aver avuto un'esperienza in carcere. Egli, tuttavia, non sa che farsene, preferendo scambiare messaggi con gli amici attraverso lo smartphone. Vecchi e nuovi media, messi a confronto, ci fanno intravedere in controluce la trama a maglia larga delle interazioni sociali contemporanee, che non si fanno quasi mai "incontro".
La casa (home) del titolo è tutt'altro che un rifugio confortevole, né pare essere un riferimento civile o identitario (la homeland), in quanto incapace di produrre senso. Diventa, piuttosto, la gabbia di uno zoo, in cui si muovono animali miopi, anestetizzati, esausti e senza più voglia. La cui unica via di fuga sono le dipendenze, le nevrosi, o un'improvvisa, behavioristica scarica di adrenalina. L'abisso è, così, ineluttabile, ma senza neanche il senso del tragico.
Il film è girato in 4:3 (il formato televisivo), suggerendo un'estetica da documentario. La fotografia non presenta soluzioni innovative o ricercate, alludendo al cinéma vérité. Il quotidiano è quello della TV contemporanea, in cui tutto scorre, senza che si riesca a sottolinearne un passaggio, o ad afferrare un pezzo di anima. La regia è in background, ma è un merito. Bravi gli attori. Voto: 3/5. Opprimente.
venerdì 12 agosto 2016
mercoledì 8 giugno 2016
Emily the Strange. Lost, Dark & Bored (Vol. 1) (R. Reger & B. Parker, 2006)
Emily the Strange (Emily la stramba, in italiano) è un fumetto ideato da Rob Reger e illustrato da Buzz Parker. L'edizione qui recensita è quella che raccoglie le prime tre uscite (Lost, Dark e Bored) in un unico volume, edito dalla Dark Horse nel 2006, adesso disponibile anche in formato e-book su Amazon. Il fumetto è lo spin-off di una popolare e fortunata linea di abbigliamento e accessori, che ha poi progressivamente raggiunto una sua autonomia estetica e di contenuti.
Emily the Strange è un'opera felicemente infelice e orgogliosamente inattuale. Ma perfettamente integrata nell'odierna cultura pop, con tutta la connotazione nostalgica e il gusto del pastiche che caratterizza il discorso postmoderno. È una miscela rinfrescante di macerie, che mette assieme Cioran e la Famiglia Addams, il neogotico e la popular music, Edgar Allan Poe e il cinema di Georges Franju, i videogiochi a 8 bit e Sir Francis Bacon ("There is no excellent beauty that hath not some strangeness in the proportion"). Il gusto per la citazione è particolarmente ricercato nel caso della musica: Beatles, Frank Zappa, Miles Davis, John Cage... e un'intervista tutta da leggere a Marilyn Manson (con risposte scritte da lui/lei medesimo/a).
Emily eleva l'ennui a condizione umana privilegiata, capace d'assicurare esisti epistemologici imprevisti, soluzioni esistenziali di grande originalità, e un'escatologia perversa, tra morfologie emergenti, creature improbabili, topologie capricciose dello spazio-tempo, e ibridazioni stilistiche incredibilmente ardite (ad esempio, con la psichedelia). Dà all'abbandono, al perdere e al perdersi (lost) la dignità d'un percorso di serendipità. Sarà pure "gettata nel mondo", ma ne saggia il gusto obliquo con una certa incoscienza pre-adolescenziale. Il suo caleidoscopio negativo serve una gnoseologia capovolta e inaudita, ma coerente.
Nell'evocare i giornaletti d'altri tempi, Reger e soci ne hanno anche resuscitato lo spessore dei testi e la testimonianza sociologica. Emily è deviante per sopravvivere, e nel mondo tutto suo prova l'arte della fuga da un altro mondo, quello reale, letteralmente insopportabile. Le tavole sono popolate da numerosi calembour e da molta ironia, che ci ricordano il grande potenziale eversivo e straniante del linguaggio: "I'm so bored to death today, I'm even bored OF death", leggiamo in un balloon. Le avanguardie artistiche del Novecento non sono lontane. Per Benjamin esse erano correlate all'ascesa del nuovo ceto borghese. Qui, ciò che spinge dietro le quinte del teatro della storia, sono gli adolescenti del nuovo millennio, figli della crisi economica, dei valori, e della babele dei significanti. Il vero sottotesto del fumetto è forse proprio questo: una critica ferocissima alla società dei consumi, suonata con accordi minori, in cui l'acquisto diventa una prigione, anticipando un terrore profondo e niente affatto po(i)etico.
Il secondo volume è già nella lista dei desideri. Capolavorissimo!
Emily the Strange è un'opera felicemente infelice e orgogliosamente inattuale. Ma perfettamente integrata nell'odierna cultura pop, con tutta la connotazione nostalgica e il gusto del pastiche che caratterizza il discorso postmoderno. È una miscela rinfrescante di macerie, che mette assieme Cioran e la Famiglia Addams, il neogotico e la popular music, Edgar Allan Poe e il cinema di Georges Franju, i videogiochi a 8 bit e Sir Francis Bacon ("There is no excellent beauty that hath not some strangeness in the proportion"). Il gusto per la citazione è particolarmente ricercato nel caso della musica: Beatles, Frank Zappa, Miles Davis, John Cage... e un'intervista tutta da leggere a Marilyn Manson (con risposte scritte da lui/lei medesimo/a).
Emily eleva l'ennui a condizione umana privilegiata, capace d'assicurare esisti epistemologici imprevisti, soluzioni esistenziali di grande originalità, e un'escatologia perversa, tra morfologie emergenti, creature improbabili, topologie capricciose dello spazio-tempo, e ibridazioni stilistiche incredibilmente ardite (ad esempio, con la psichedelia). Dà all'abbandono, al perdere e al perdersi (lost) la dignità d'un percorso di serendipità. Sarà pure "gettata nel mondo", ma ne saggia il gusto obliquo con una certa incoscienza pre-adolescenziale. Il suo caleidoscopio negativo serve una gnoseologia capovolta e inaudita, ma coerente.
Nell'evocare i giornaletti d'altri tempi, Reger e soci ne hanno anche resuscitato lo spessore dei testi e la testimonianza sociologica. Emily è deviante per sopravvivere, e nel mondo tutto suo prova l'arte della fuga da un altro mondo, quello reale, letteralmente insopportabile. Le tavole sono popolate da numerosi calembour e da molta ironia, che ci ricordano il grande potenziale eversivo e straniante del linguaggio: "I'm so bored to death today, I'm even bored OF death", leggiamo in un balloon. Le avanguardie artistiche del Novecento non sono lontane. Per Benjamin esse erano correlate all'ascesa del nuovo ceto borghese. Qui, ciò che spinge dietro le quinte del teatro della storia, sono gli adolescenti del nuovo millennio, figli della crisi economica, dei valori, e della babele dei significanti. Il vero sottotesto del fumetto è forse proprio questo: una critica ferocissima alla società dei consumi, suonata con accordi minori, in cui l'acquisto diventa una prigione, anticipando un terrore profondo e niente affatto po(i)etico.
Il secondo volume è già nella lista dei desideri. Capolavorissimo!
mercoledì 1 giugno 2016
The Juliette Society (S. Grey, 2013)
Sinceramente, mi aspettavo di più da questo suo primo “romanzuolo”. Sasha Grey è un personaggio poliedrico. È felicemente spregiudicata, intelligente, forse anche colta, a dispetto di tutti i possibili stereotipi sulla sua precedente attività nel mondo del porno; ed ha alle spalle buone e diversificate letture (e visioni), che qui e là emergono nel racconto. Il fatto è che tutte queste influenze vengono ostentate in modo piuttosto banale nel libro, rinunciando paradossalmente a quella che potremmo definire un’“erotica della citazione”. Perché, ad esempio, non far riconoscere i vari film al lettore, stipulando con lui un contratto di complicità più sofisticato? Sì, un certo sapore per la scrittura c’è (a tratti, sembra di riconoscere delle cose di Chuck Palahniuk). I “vuoti d’aria”, tuttavia, sono davvero troppi; l’intreccio non sembra mai “sbottonarsi” (absit iniuria verbis), ed è anche poco originale (mentre è interessante il soggetto, peccato!). Abbondano, infine, gli ingredienti davvero poco plausibili. Anche nei passaggi più hot, non sembra mai esserci quello slancio in più, che lo avrebbe reso a suo modo un evento, un crossover virtuoso con il suo ex-cinema, anche se forse non era proprio questo l’intento della Grey. Un’opera prima un po’ anemica, sebbene superiore a certa letteratura contemporanea per signore, che potrebbe comunque anticipare una carriera interessante. Provaci ancora Sasha...
lunedì 23 maggio 2016
Sesso, sé e società (C. Rinaldi, 2016)
È da pochissimo uscito, per i tipi della Mondadori Education, il libro di Cirus Rinaldi, intitolato Sesso, sé e società.
Si tratta di un lavoro straordinario e necessario, per il quale Cirus va fortemente ringraziato e ammirato. Un lavoro necessario, perché tratta di temi che troppo a lungo sono stati periferici, sotterranei, o addirittura ostacolati (ricordo ancora l’amaro sfogo di Renato Stella, nella introduzione a Eros, Cybersex, Neoporn, di qualche anno fa) nella riflessione sociologica del nostro Paese, nonostante siano di cruciale importanza.
Un lavoro straordinario, poi, per la sua difficoltà, ampiezza, completezza e maturità. Cirus ha portato a termine una vera e propria impresa. Il solo capitolo su “Sessualità e teoria sociologica” è roba da mandare al manicomio uno scienziato sociale (o quantomeno me…).
Ho letto il mio nome tra i ringraziamenti, assieme, tra gli altri, a quello di Kenneth Plummer, e ne sono lusingato e felice. Ho avuto la fortuna di seguire Cirus per un breve periodo della sua formazione universitaria, e sono adesso contento di vederlo navigare con sicurezza nelle perigliose acque di un’accademia sempre più “infeltrita”.
Un grande in bocca al lupo per questo lavoro, che costituirà certamente un punto di svolta nella letteratura sociologica italiana. Questi non sono solo libri che “dicono”, sono soprattutto libri che “fanno”… tante cose. Congratulations, buddy!
Si tratta di un lavoro straordinario e necessario, per il quale Cirus va fortemente ringraziato e ammirato. Un lavoro necessario, perché tratta di temi che troppo a lungo sono stati periferici, sotterranei, o addirittura ostacolati (ricordo ancora l’amaro sfogo di Renato Stella, nella introduzione a Eros, Cybersex, Neoporn, di qualche anno fa) nella riflessione sociologica del nostro Paese, nonostante siano di cruciale importanza.
Un lavoro straordinario, poi, per la sua difficoltà, ampiezza, completezza e maturità. Cirus ha portato a termine una vera e propria impresa. Il solo capitolo su “Sessualità e teoria sociologica” è roba da mandare al manicomio uno scienziato sociale (o quantomeno me…).
Ho letto il mio nome tra i ringraziamenti, assieme, tra gli altri, a quello di Kenneth Plummer, e ne sono lusingato e felice. Ho avuto la fortuna di seguire Cirus per un breve periodo della sua formazione universitaria, e sono adesso contento di vederlo navigare con sicurezza nelle perigliose acque di un’accademia sempre più “infeltrita”.
Un grande in bocca al lupo per questo lavoro, che costituirà certamente un punto di svolta nella letteratura sociologica italiana. Questi non sono solo libri che “dicono”, sono soprattutto libri che “fanno”… tante cose. Congratulations, buddy!
mercoledì 11 maggio 2016
Ore Diciotto in Punto (G. Gigliorosso, 2014)
Ore Diciotto in Punto è un film siciliano, interamente autoprodotto, diretto da Giuseppe Gigliorosso.
Come scrive lo stesso regista, nelle pagine del corposo libretto, allegato al DVD: "è un film completamente indipendente, realizzato senza contributi pubblici, senza 'padroni', un film che ha voluto vedere la luce a tutti i costi. Gli unici produttori del film siamo noi, sono i tecnici e gli attori". Per questa ragione, è quasi un miracolo che sia stato realizzato, sia uscito nelle sale e, oggi, sia pure disponibile in DVD (anche se non si tratta di una vera e propria distribuzione).
Ore Diciotto in punto non è solo fuori dal mercato dal punto di vista economico, ma è anche fuori dal "mercato" delle idee e dalla trivialità del cinema italiano contemporaneo. È un film diverso - meravigliosamente diverso, verrebbe da dire.
A proposito di miracoli, la trama è presto detta. Nell'effervescente e claustrofobico "ufficio traghettatori dell'aldilà", Paride (una specie d'angelo fuori catalogo) incappa in una "pratica" piuttosto complicata: l'aspirante suicida Nicola (un allampanato Salvo Piparo) non riesce a realizzare l'insano gesto, perché "distratto" da una misteriosa telefonata. È un'anomalia, un'imprevista curvatura spazio-temporale. Riuscirà Paride ad evadere la pratica? Ed in che modo?
Naturalmente, non si tratta d'un tema nuovo nella storia del cinema, si possono ricordare, ad esempio, Accadde in Paradiso (A. Rudolph, 1987) o l'ancora più noto Il paradiso può attendere (W. Beatty e B. Henry, 1979), a sua volta remake di L'inafferrabile signor Jordan del 1941; per non parlare dei tanti riferimenti letterari. Ma qui abbiamo alcune piacevoli novità, e un certo gusto per la sperimentazione a più livelli.
Ore Diciotto in Punto è una favola contemporanea, un poemetto ispirato e a tratti commovente, una composizione delicatamente surreale. I personaggi sono disegnati come in un fumetto, e gli attori svolgono bene il loro compito (con una menzione speciale per Lollo Franco), facendo prevalere la maschera e il corpo sull'interpretazione e le parole. Nicola e la Duchessa (Valentina Gebbia) sono archetipi perfetti d'un racconto senza tempo, se non fosse per l'espediente diegetico del telefono cellulare. Ciò rende il film adatto praticamente a tutte le età... e le sensibilità.
Un aspetto che mi ha particolarmente colpito è quello di avere reso Palermo (fotografata splendidamente da sguardi esperti e da ottiche niente affatto low budget) un luogo dello spirito anziché un luogo reale, concreto, storicamente determinato. Con la rinfrescante conseguenza, che non è dato rintracciare alcuno stereotipo isolano, come è prassi in molti film girati in Sicilia. Ci sono solo degli accenti costieri nelle parole, che accarezzano i dialoghi con un tocco d'"esoticità".
A dispetto della leggerezza del tutto, sullo sfondo s'intravedono comunque letture importanti e profonde, e alcune citazioni cinematografiche d'autore (il bagno nella fontana, solo per citarne una). La sceneggiatura e la struttura del racconto sono notevoli. Il gioco di rimbalzi tra apparenza e realtà, tra fantastico e verosimile, tra destino e caso (o caos?), tra determinismo (le regole, ad esempio) e libero arbitrio (temi cari a Émile Durkheim, uno dei primi studiosi ad occuparsi scientificamente del suicidio...) è sviluppato davvero molto bene, tradendo una certa densità filosofica. Brillante il lavoro sulle emozioni dello spettatore, esito d'un fine lavoro di montaggio e regia (Gigliorosso si ritaglia anche un cammeo nel film), e di una soundtrack che veste il film con eleganza. Il finale, poi, è straordinario, e alcune trovate nella messa in scena possono entrare di diritto in una nuova antologia del cinema. Bravi tutti, con premi e riconoscimenti meritati.
Una telefonata può salvare la vita, ma anche un bel film "un ci babbìa". Ossigenante. 4/5
Il trailer del film
Come scrive lo stesso regista, nelle pagine del corposo libretto, allegato al DVD: "è un film completamente indipendente, realizzato senza contributi pubblici, senza 'padroni', un film che ha voluto vedere la luce a tutti i costi. Gli unici produttori del film siamo noi, sono i tecnici e gli attori". Per questa ragione, è quasi un miracolo che sia stato realizzato, sia uscito nelle sale e, oggi, sia pure disponibile in DVD (anche se non si tratta di una vera e propria distribuzione).
Ore Diciotto in punto non è solo fuori dal mercato dal punto di vista economico, ma è anche fuori dal "mercato" delle idee e dalla trivialità del cinema italiano contemporaneo. È un film diverso - meravigliosamente diverso, verrebbe da dire.
A proposito di miracoli, la trama è presto detta. Nell'effervescente e claustrofobico "ufficio traghettatori dell'aldilà", Paride (una specie d'angelo fuori catalogo) incappa in una "pratica" piuttosto complicata: l'aspirante suicida Nicola (un allampanato Salvo Piparo) non riesce a realizzare l'insano gesto, perché "distratto" da una misteriosa telefonata. È un'anomalia, un'imprevista curvatura spazio-temporale. Riuscirà Paride ad evadere la pratica? Ed in che modo?
Naturalmente, non si tratta d'un tema nuovo nella storia del cinema, si possono ricordare, ad esempio, Accadde in Paradiso (A. Rudolph, 1987) o l'ancora più noto Il paradiso può attendere (W. Beatty e B. Henry, 1979), a sua volta remake di L'inafferrabile signor Jordan del 1941; per non parlare dei tanti riferimenti letterari. Ma qui abbiamo alcune piacevoli novità, e un certo gusto per la sperimentazione a più livelli.
Ore Diciotto in Punto è una favola contemporanea, un poemetto ispirato e a tratti commovente, una composizione delicatamente surreale. I personaggi sono disegnati come in un fumetto, e gli attori svolgono bene il loro compito (con una menzione speciale per Lollo Franco), facendo prevalere la maschera e il corpo sull'interpretazione e le parole. Nicola e la Duchessa (Valentina Gebbia) sono archetipi perfetti d'un racconto senza tempo, se non fosse per l'espediente diegetico del telefono cellulare. Ciò rende il film adatto praticamente a tutte le età... e le sensibilità.
Un aspetto che mi ha particolarmente colpito è quello di avere reso Palermo (fotografata splendidamente da sguardi esperti e da ottiche niente affatto low budget) un luogo dello spirito anziché un luogo reale, concreto, storicamente determinato. Con la rinfrescante conseguenza, che non è dato rintracciare alcuno stereotipo isolano, come è prassi in molti film girati in Sicilia. Ci sono solo degli accenti costieri nelle parole, che accarezzano i dialoghi con un tocco d'"esoticità".
A dispetto della leggerezza del tutto, sullo sfondo s'intravedono comunque letture importanti e profonde, e alcune citazioni cinematografiche d'autore (il bagno nella fontana, solo per citarne una). La sceneggiatura e la struttura del racconto sono notevoli. Il gioco di rimbalzi tra apparenza e realtà, tra fantastico e verosimile, tra destino e caso (o caos?), tra determinismo (le regole, ad esempio) e libero arbitrio (temi cari a Émile Durkheim, uno dei primi studiosi ad occuparsi scientificamente del suicidio...) è sviluppato davvero molto bene, tradendo una certa densità filosofica. Brillante il lavoro sulle emozioni dello spettatore, esito d'un fine lavoro di montaggio e regia (Gigliorosso si ritaglia anche un cammeo nel film), e di una soundtrack che veste il film con eleganza. Il finale, poi, è straordinario, e alcune trovate nella messa in scena possono entrare di diritto in una nuova antologia del cinema. Bravi tutti, con premi e riconoscimenti meritati.
Una telefonata può salvare la vita, ma anche un bel film "un ci babbìa". Ossigenante. 4/5
Il trailer del film
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