martedì 16 febbraio 2016
Beatles (E. Assante e G. Castaldo, 2014)
Il libro è appassionante e ben scritto. Non affatto pleonastico per chi ha già letto tutto sui Beatles. Allo stesso tempo, da consigliare a chi vuol cominciare ad alfabetizzarsi al mondo di questa band straordinaria. Purtroppo, è pieno zeppo di cose copiate dai "testi sacri" sui Beatles (Lewisohn, MacDonald, Martin, Norman, Diez...). Non ci sarebbe nulla di male, se gli autori venissero citati. E invece nulla, neanche uno straccio di riferimento bibliografico! Peccato, perché - a parte la scorrettezza della cosa - ciò avrebbe consentito di distinguere le parti originali di Assante e Castaldo da quelle riferite, e inoltre sarebbe venuta fuori un'interessante edizione critica, aggiornata al 2014. Inutili i riassunti in corsivo, all'inizio di ogni capitolo. Non sono, infatti, riassunti; sono caotici e spesso fastidiosi. Insomma, sembra essere stato fatto di fretta, con poca cura in fase di editing. I contenuti, tuttavia, ci sono, ed alcuni passaggi (soprattutto sul contesto sociale degli anni Sessanta) sono veramente suggestivi e istruttivi. Tipico caso di contenuto che è migliore della forma. Peccato, un'occasione sciupata, a mio avviso. Rivedibile.
mercoledì 3 febbraio 2016
Attenberg (A.R. Tsangari, 2010)
L'habitat di Marina sembra sopravvissuto ad un'esplosione nucleare, è un universo post-sociale, fatto d'istinti, in cui sembra mancare qualsivoglia mediazione culturale, come ci mostra brillantemente lo stesso lavoro di composizione della Tsangari. Il paesaggio sonoro quasi coincide col rumore di fondo. Il dominio della tecnica è messo tra parentesi. Quest'ultima non sembra (drammaticamente) poter avere alcun impatto sugli individui; al limite, svolge una mera funzione "diagnostica" o ancillare (un CD player portatile, che ogni tanto riproduce musica bebop). Non c'è, praticamente, la TV.
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| Fig. 1 - Mimesis |
La comunicazione di Marina e dei suoi simili è fatta di rapidi scambi di fonemi, versi primitivi, posture animalesche, e boccacce (letteralmente) (cfr. la Fig. 1). La sintassi è generata da assonanze. In alcuni momenti, sembra pure che la regressione in una forma animale possa davvero aver luogo (cfr. la Fig. 2).
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| Fig. 2 - Prove di fuga |
Probabilmente, vediamo tutto con gli occhi e la mente di Marina, la quale - nella sua difficile sfida per entrare nel mondo adulto - prova l'arte della fuga ed i funambolismi dei più piccoli. Se è così, l'esercizio è straordinario.
Marina si muove verso la nuova fase della sua evoluzione con i movimenti idromeccanici assicurati da due traghettatori: il padre (Vangelis Mourikis), l'unico portatore (malato) di una qualche coscienza storica della Grecia moderna, e un ingegnere conosciuto a lavoro con cui sperimenta il sesso (niente po' po' di meno che Yorgos Lanthimos, il quale sulle morfogenesi linguistiche ha diretto dei veri e propri film saggio), rispetto ai quali fa, in qualche modo, da canale di trasmissione e sponda l'amica Bella (Evangelia Randou).
Non c'è una morale. Non c'è una spiegazione. Solo descrizioni ed ellissi.
Attenberg è un film notevolissimo (premi e nomination inclusi), che non mancherà di suscitare, anche nello spettatore più addomesticato, spunti di riflessione e qualche sussulto emotivo. Lavora per sottrazioni e dislocazioni, attorno alle quali prolifera il desiderio, fa ricorso a forme pure ed archetipi, ed è fortemente anti-narrativo, come un catalogo di mobili nordici; ma funziona con una meccanica quasi perfetta. Si resta attaccati allo schermo sino alla fine, senza alcuno scampo. Un film verista. 5/5
sabato 26 dicembre 2015
Il calcio... in rete. La "calciosfera" del campionato italiano di Serie A su Facebook
Il campionato italiano di calcio di Serie A, come non lo avete mai visto. C'è, infatti, un'altra competizione parallela, che si gioca online, nella quale la posta in gioco si chiama autorevolezza in rete.
Nella Fig. 1, ho ricostruito le relazioni di dipendenza (like) fra le venti squadre del campionato e tutte le pagine Facebook ad esse collegate.
Pur essendo quasi un gioco, il risultato è abbastanza impressionante, ed emergono degli interessanti spunti di riflessione sulla "calciosfera" italiana: ad esempio, la centralità degli sponsor, una certa interdipendenza con il mondo dei media, le relazioni con le banche e la finanza, ma anche i legami forti con la realtà del Terzo Settore e del volontariato (per un approfondimento teorico su tutti questi intrecci, rimando all'articolo di F.M. Lo Verde sulla rivista Problemi dell'Informazione, https://www.rivisteweb.it/doi/10.1445/79612). Fra le curiosità, inoltre, un certo isolamento spaziale della "Galassia Romana" e del "mondo Napoli".
Fig. 1 - La "calciosfera" della Serie A su Facebook (26/12/2015, Alberto Trobia)
Nel grafo, la dimensione dei nodi (pagine Facebook) e delle corrispondenti etichette è direttamente proporzionale al loro livello di authority, cioè di centralità e importanza all'interno della rete analizzata (sulla nozione di authority, cfr. http://www.cs.cornell.edu/home/kleinber/auth.pdf). Ecco, dunque, la classifica del campionato di calcio di serie A, misurata sulla base dell'authority di ciascuna squadra su Facebook:
01. Napoli
02. Fiorentina
03. Roma
04. Milan
05. Inter
06. Juventus
07. Genoa
08. Lazio
09. Udinese
10. Chievo
11. Sampdoria
12. Torino
13. Verona
14. Bologna
15. Palermo
16. Atalanta
17. Sassuolo
18. Empoli
19. Carpi
20. Frosinone
Le diverse aree colorate, invece, indicano gruppi di nodi tra loro simili o "vicini" dal punto di vista delle dinamiche relazionali. Esse corrispondono a quelli che, in gergo statistico, vengono chiamati cluster (gruppi). Nella Fig. 1, i cluster più importanti e numerosi sono cerchiati in rosso.
La tecnica utilizzata per la ricostruzione e l'analisi di questo tipo di informazioni è la Social Network Analysis (http://socionet.jimdo.com/). Il lavoro, in particolare, è ispirato al noto articolo di Matteo Pavanati sul complottismo online (http://pvnmtt.it/pages/complottisti.html).
venerdì 4 dicembre 2015
Evento (S. Žižek, 2014)
Un libro-mondo, dove si spazia con disinvoltura (e soprattutto intelligenza!) dal cinema alla psicanalisi, dalla religione alla filosofia, dalla critica letteraria alla sociologia, dalla musica al porno. Ogni tanto scomoda Hegel, e richiede un po' d'attenzione, ma Evento, di Slavoj Žižek, non lascia a bocca asciutta. Anzi, una volta letto, può diventare un fedele e sorprendente compagno d'avventure ermeneutiche nel mondo liquido. Da comprare e leggere, solo se pensate di meritarvelo.
Tra le citazioni preferite: "Innamorarsi non significa sapere di cosa si ha bisogno, o che cosa si vuole, e mettersi perciò in cerca di qualcuno che abbia quel requisito: il "miracolo" dell'amore è che si scopre di che cosa si ha bisogno soltanto quando lo si trova".
Tra le citazioni preferite: "Innamorarsi non significa sapere di cosa si ha bisogno, o che cosa si vuole, e mettersi perciò in cerca di qualcuno che abbia quel requisito: il "miracolo" dell'amore è che si scopre di che cosa si ha bisogno soltanto quando lo si trova".
sabato 28 novembre 2015
Youth (P. Sorrentino, 2015)
Youth (2015), di Paolo Sorrentino, è un film che si potrebbe studiare per anni. Un capolavoro, anche migliore de La grande bellezza, che - bisogna dirlo - aveva i suoi punti ciechi. Questo, invece, no.
Provo qui a riassumere solo alcune coordinate che possano consentire una prima lettura di questo suo ultimo lavoro, e magari ispirarne altre.
La prima, e più scontata, dimensione di analisi è quella prodotta dalla contrapposizione tra gioventù e vecchiaia. Si tratta del vero e proprio motore diegetico del film, i cui ingranaggi sono costituiti da dialoghi brillanti e profondi, densi e toccanti, ironici o imprevisti. Dialoghi che non sembrano mai fuori posto, anche quando si immaginerebbero tutt'altre parole dette da tutt'altre persone.
Meno evidente, forse, è la seconda dimensione, che invece vede contrapporsi natura e cultura. La natura si esprime nei paesaggi stupendi, fotografati da Luca Bigazzi, e nei corpi delle persone. La cultura, invece, si esprime nella Weltanshauung dei personaggi, nelle loro letture del mondo, nelle loro posture intellettuali, ma anche nella musica in tutte le sue varie forme (primitive, classiche, popolari).
Mentre nel primo confronto, giovinezza vs. vecchiaia, è la prima a vincere; nel confronto fra cultura e natura, è la seconda a prevalere.
La giovinezza prevale come spirito al di là dei corpi invecchiati. Ad esempio, la giovinezza del sentimento amoroso. Come non ricordare, a tal proposito, quel passaggio di Cent'anni di solitudine, che fa: "Ma quando lei entrava in casa, allegra, indifferente, chiacchierona, lui non doveva fare nessuno sforzo per dissimulare la sua tensione, perché quella donna, la cui risata esplosiva spaventava le colombe, non aveva nulla a che vedere col potere invisibile che gli insegnava a respirare dentro e a controllare i battiti del cuore, e gli aveva permesso di capire perché gli uomini hanno paura della morte". Si badi, tuttavia, che - come detto - è la giovinezza come spirito, e non l'essere anagraficamente giovani, che vince il duello. Sembra delinearsi, in tal senso, una differenza tra "giovinezza" (di spirito) e "gioventù" (anagrafica). Rispetto a questa differenza, i giovani non ne escono benissimo. Esemplare è la figura della piccola prostituta, che fa da specchio deformante di una realtà prefabbricata e ignorante.
La natura, dal canto suo, prevale deterministicamente sulla cultura, anche quando non ne possiede le forme culturalmente più apprezzate (la pelle invecchiata del professor Ballinger, la bruttezza dell'antagonista di Lena Ballinger, l'epa deformata di Maradona, etc.), dimostrando di poter accedere a forme "altre" d'efficacia e d'efficienza. In alcuni casi, con una forza destabilizzante. Un tema rothiano, virato dal bianco e nero al colore.
Queste due dimensioni di senso, incrociandosi ortogonalmente, sembrano disegnare uno spazio cartesiano, lungo il quale si muove tutto il film, occupando di volta in volta uno dei quattro quadranti: vecchiaia+natura, vecchiaia+cultura, giovinezza+natura, giovinezza+cultura. All'origine degli assi troviamo l'energia che fa muovere tutto dialetticamente, e cioè le emozioni (più volte esplicitamente chiamate in causa nel film). Queste ultime sono spesso accese dal tocco dell'altro/a, il che spiega perché il film si svolga quasi interamente nel perimetro di un centro di benessere e massaggi. La potenza del toccarsi risulta dirompente in vari momenti, e sembra riproporre da una diversa prospettiva la vecchia riflessione di Elias Canetti: "Nulla l'uomo teme di più che essere toccato dall'ignoto. [...] Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati. [...] Chiunque ci venga addosso è uguale a noi. Lo sentiamo come sentiamo noi stessi. D'improvviso, poi, sembra che tutto accada all'interno di un unico corpo" (Massa e Potere, trad. it. Adelphi, Milano, 1981, pp. 17-18).
Lascio al lettore più curioso e diligente il piacere di esplorare tutti questi incroci, provando a farsi strada con la luce emessa delle varie declinazioni dell'emozione: la meraviglia, la malinconia, l'orgasmo, la paura, il desiderio, la gioia. Non ne resterà deluso.
Con la solita maestria tecnica, inaugurata da un'inquadratura in stile Fassbinder a inizio film e culminata nell'evocativo movimento dei lettini alla fine del dialogo tra Fred e Lena Bellinger, una colonna sonora evocativa e ben impaginata, grandissime prove d'attore (su tutti Caine e Fonda), e un altissimo coefficiente di significato su cui poter rimuginare a fine proiezione, Paolo Sorrentino ci regala l'ennesimo gigafilm, senza risparmiarsi una goccia d'intelligenza e d'inventiva. Lui entra ufficialmente nei miei preferiti, mentre il film, consigliato a tutti, è da vedere e rivedere nel tempo. Una "gioventù" che non invecchierà mai. Ricostituente. 5/5... con lode.
Provo qui a riassumere solo alcune coordinate che possano consentire una prima lettura di questo suo ultimo lavoro, e magari ispirarne altre.
La prima, e più scontata, dimensione di analisi è quella prodotta dalla contrapposizione tra gioventù e vecchiaia. Si tratta del vero e proprio motore diegetico del film, i cui ingranaggi sono costituiti da dialoghi brillanti e profondi, densi e toccanti, ironici o imprevisti. Dialoghi che non sembrano mai fuori posto, anche quando si immaginerebbero tutt'altre parole dette da tutt'altre persone.
Meno evidente, forse, è la seconda dimensione, che invece vede contrapporsi natura e cultura. La natura si esprime nei paesaggi stupendi, fotografati da Luca Bigazzi, e nei corpi delle persone. La cultura, invece, si esprime nella Weltanshauung dei personaggi, nelle loro letture del mondo, nelle loro posture intellettuali, ma anche nella musica in tutte le sue varie forme (primitive, classiche, popolari).
Mentre nel primo confronto, giovinezza vs. vecchiaia, è la prima a vincere; nel confronto fra cultura e natura, è la seconda a prevalere.
La giovinezza prevale come spirito al di là dei corpi invecchiati. Ad esempio, la giovinezza del sentimento amoroso. Come non ricordare, a tal proposito, quel passaggio di Cent'anni di solitudine, che fa: "Ma quando lei entrava in casa, allegra, indifferente, chiacchierona, lui non doveva fare nessuno sforzo per dissimulare la sua tensione, perché quella donna, la cui risata esplosiva spaventava le colombe, non aveva nulla a che vedere col potere invisibile che gli insegnava a respirare dentro e a controllare i battiti del cuore, e gli aveva permesso di capire perché gli uomini hanno paura della morte". Si badi, tuttavia, che - come detto - è la giovinezza come spirito, e non l'essere anagraficamente giovani, che vince il duello. Sembra delinearsi, in tal senso, una differenza tra "giovinezza" (di spirito) e "gioventù" (anagrafica). Rispetto a questa differenza, i giovani non ne escono benissimo. Esemplare è la figura della piccola prostituta, che fa da specchio deformante di una realtà prefabbricata e ignorante.
La natura, dal canto suo, prevale deterministicamente sulla cultura, anche quando non ne possiede le forme culturalmente più apprezzate (la pelle invecchiata del professor Ballinger, la bruttezza dell'antagonista di Lena Ballinger, l'epa deformata di Maradona, etc.), dimostrando di poter accedere a forme "altre" d'efficacia e d'efficienza. In alcuni casi, con una forza destabilizzante. Un tema rothiano, virato dal bianco e nero al colore.
Queste due dimensioni di senso, incrociandosi ortogonalmente, sembrano disegnare uno spazio cartesiano, lungo il quale si muove tutto il film, occupando di volta in volta uno dei quattro quadranti: vecchiaia+natura, vecchiaia+cultura, giovinezza+natura, giovinezza+cultura. All'origine degli assi troviamo l'energia che fa muovere tutto dialetticamente, e cioè le emozioni (più volte esplicitamente chiamate in causa nel film). Queste ultime sono spesso accese dal tocco dell'altro/a, il che spiega perché il film si svolga quasi interamente nel perimetro di un centro di benessere e massaggi. La potenza del toccarsi risulta dirompente in vari momenti, e sembra riproporre da una diversa prospettiva la vecchia riflessione di Elias Canetti: "Nulla l'uomo teme di più che essere toccato dall'ignoto. [...] Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati. [...] Chiunque ci venga addosso è uguale a noi. Lo sentiamo come sentiamo noi stessi. D'improvviso, poi, sembra che tutto accada all'interno di un unico corpo" (Massa e Potere, trad. it. Adelphi, Milano, 1981, pp. 17-18).
Lascio al lettore più curioso e diligente il piacere di esplorare tutti questi incroci, provando a farsi strada con la luce emessa delle varie declinazioni dell'emozione: la meraviglia, la malinconia, l'orgasmo, la paura, il desiderio, la gioia. Non ne resterà deluso.
Con la solita maestria tecnica, inaugurata da un'inquadratura in stile Fassbinder a inizio film e culminata nell'evocativo movimento dei lettini alla fine del dialogo tra Fred e Lena Bellinger, una colonna sonora evocativa e ben impaginata, grandissime prove d'attore (su tutti Caine e Fonda), e un altissimo coefficiente di significato su cui poter rimuginare a fine proiezione, Paolo Sorrentino ci regala l'ennesimo gigafilm, senza risparmiarsi una goccia d'intelligenza e d'inventiva. Lui entra ufficialmente nei miei preferiti, mentre il film, consigliato a tutti, è da vedere e rivedere nel tempo. Una "gioventù" che non invecchierà mai. Ricostituente. 5/5... con lode.
lunedì 9 novembre 2015
Snoopy & Friends - Il film dei Peanuts (S. Martino, 2015)
L'attesa (o hype, come dicono gli anglofoni) per Snoopy & Friends - Il film dei Peanuts era grande; almeno per me e per gli affezionati lettori, che da decenni seguono le strisce di Schulz e i cartoni animati trasmessi in TV negli anni Settanta e Ottanta. Un'attesa ripagata? Lo dico senza giri di parole: no.
Certo, il film è curatissimo dal punto di vista tecnico (forse troppo?), e bisogna dire che le texture impiegate per "rivestire" le amatissime noccioline e il cane Snoopy, all'inizio, fanno il loro effetto. Purtroppo, però, qui finiscono i pregi del film.
La prima cosa che si nota subito è la mancanza di passo, di ritmo. La sceneggiatura è molle come un budino, le sequenze s'interrompono bruscamente, i personaggi sembrano mimare se stessi. Probabilmente, nel fare una sorta di "Bignami" dell'universo di Schulz, regista e sceneggiatori si sono persi per strada: troppa roba, e nemmeno originale. Sì, interessante l'idea di un "film nel film", per farci partecipare dell'antropomorfa e obliqua fantasia di Snoopy, che però alla lunga risulta assai prolisso e perfino noioso rispetto all'andamento rapsodico della narrazione centrale.
Ma veniamo alle cose davvero imperdonabili.
La prima riguarda la colonna sonora. Benissimo il recupero dei brani di Vince Guaraldi (tra parentesi, imperdibile la lettura di George Winston, nell'album Linus and Lucy: The Music of Vince Guaraldi), ma perché contaminarla con quella nuova canzonaccia, piena zeppa d'effettacci, tipo autotune e compressione a palla? Immagino che l'orrore si spieghi con il tentativo di assecondare e conquistare i gusti dei nuovi, piccoli spettatori, portati al cinema (digitale) da romantici genitori ultraquarantenni. Ma qui si parla dei Peanuts: sono i piccoli che devono imparare a recuperare ed apprezzare questa preziosa eredità del Novecento, e non viceversa! Coraggiosa e condivisibile la scelta di raccontare un mondo bambino, prima della grande rivoluzione tecnologica che ha portato ai millenials e ai nativi digitali; ma, allora, perché questa estetica ipermoderna (posto che non è neanche postmoderna)? La faccenda, insomma, non quadra. Per quanto riguarda la musica, nello specifico, non si poteva - ad esempio - continuare a pescare, come avvenuto in passato, dalla migliore tradizione del songwriting americano? Ma magari è sparito pure quello...
Il secondo grande peccato mortale è il finale, che ovviamente non svelo qui, ma che grida ancora vendetta. Non è un caso, a mio avviso, che gli si sia voluto porre in qualche modo rimedio nei titoli di coda; titoli di coda che, peraltro, gli spettatori frettolosi, usa e getta, e un po' incolti saltano a pie' pari, per poter finalmente accendere lo smartphone (se l'hanno spento...) e andare a mangiare la "meritata" pizzetta.
Vi sono poi peccati minori di cui s'accorgeranno gli spettatori più "vintage" (o, mi tocca dire, aged): incongruenze interne, incongruenze esterne, discontinuità stilistiche e di linguaggio (Piperita Patty che dà del cane a Snoopy non si può ascoltare! Snoopy è sempre stato: "Quel bambino strano"...).
Gli effetti collaterali più gravi di queste crepe estetiche e stilistiche sono, in definiva, la spoliazione della poesia, la solubilità improvvisa d'un mondo abbastanza complesso e problematico, caratterizzato da forti tensioni dialettiche (su tutte, quella tra bambini e adulti), l'ironia al ribasso, la mancanza di sublime, e di quel piacevole e invernale languore, che ha reso Snoopy e i suoi amici delle icone del secolo passato, e richiamato l'attenzione di intellettuali quali Umberto Eco.
Insomma, ecco a voi i Peanuts, levigati e puliti (che Pigpen mi perdoni!), campionati e anestetizzati, masticati e semplificati, e persino politicamente corretti, per conquistare nuovi piccoli ammiratori (e fette di mercato) nel ginepraio dell'ipermodernità debole. Arriverà Natale, ed io andrò a rispolverare le mie vecchie registrazioni in VHS di The Charlie Brown and Snoopy Show. Sarà l'età, ma a me questo Snoopy & Friends ha deluso assai. Compito insufficiente: tutti rimandati a settembre, tranne i tecnici. E siccome la recensione è finita, non mi permetto d'andare a scomodare il professor Martin Heidegger. 2/5
Certo, il film è curatissimo dal punto di vista tecnico (forse troppo?), e bisogna dire che le texture impiegate per "rivestire" le amatissime noccioline e il cane Snoopy, all'inizio, fanno il loro effetto. Purtroppo, però, qui finiscono i pregi del film.
La prima cosa che si nota subito è la mancanza di passo, di ritmo. La sceneggiatura è molle come un budino, le sequenze s'interrompono bruscamente, i personaggi sembrano mimare se stessi. Probabilmente, nel fare una sorta di "Bignami" dell'universo di Schulz, regista e sceneggiatori si sono persi per strada: troppa roba, e nemmeno originale. Sì, interessante l'idea di un "film nel film", per farci partecipare dell'antropomorfa e obliqua fantasia di Snoopy, che però alla lunga risulta assai prolisso e perfino noioso rispetto all'andamento rapsodico della narrazione centrale.
Ma veniamo alle cose davvero imperdonabili.
La prima riguarda la colonna sonora. Benissimo il recupero dei brani di Vince Guaraldi (tra parentesi, imperdibile la lettura di George Winston, nell'album Linus and Lucy: The Music of Vince Guaraldi), ma perché contaminarla con quella nuova canzonaccia, piena zeppa d'effettacci, tipo autotune e compressione a palla? Immagino che l'orrore si spieghi con il tentativo di assecondare e conquistare i gusti dei nuovi, piccoli spettatori, portati al cinema (digitale) da romantici genitori ultraquarantenni. Ma qui si parla dei Peanuts: sono i piccoli che devono imparare a recuperare ed apprezzare questa preziosa eredità del Novecento, e non viceversa! Coraggiosa e condivisibile la scelta di raccontare un mondo bambino, prima della grande rivoluzione tecnologica che ha portato ai millenials e ai nativi digitali; ma, allora, perché questa estetica ipermoderna (posto che non è neanche postmoderna)? La faccenda, insomma, non quadra. Per quanto riguarda la musica, nello specifico, non si poteva - ad esempio - continuare a pescare, come avvenuto in passato, dalla migliore tradizione del songwriting americano? Ma magari è sparito pure quello...
Il secondo grande peccato mortale è il finale, che ovviamente non svelo qui, ma che grida ancora vendetta. Non è un caso, a mio avviso, che gli si sia voluto porre in qualche modo rimedio nei titoli di coda; titoli di coda che, peraltro, gli spettatori frettolosi, usa e getta, e un po' incolti saltano a pie' pari, per poter finalmente accendere lo smartphone (se l'hanno spento...) e andare a mangiare la "meritata" pizzetta.
Vi sono poi peccati minori di cui s'accorgeranno gli spettatori più "vintage" (o, mi tocca dire, aged): incongruenze interne, incongruenze esterne, discontinuità stilistiche e di linguaggio (Piperita Patty che dà del cane a Snoopy non si può ascoltare! Snoopy è sempre stato: "Quel bambino strano"...).
Gli effetti collaterali più gravi di queste crepe estetiche e stilistiche sono, in definiva, la spoliazione della poesia, la solubilità improvvisa d'un mondo abbastanza complesso e problematico, caratterizzato da forti tensioni dialettiche (su tutte, quella tra bambini e adulti), l'ironia al ribasso, la mancanza di sublime, e di quel piacevole e invernale languore, che ha reso Snoopy e i suoi amici delle icone del secolo passato, e richiamato l'attenzione di intellettuali quali Umberto Eco.
Insomma, ecco a voi i Peanuts, levigati e puliti (che Pigpen mi perdoni!), campionati e anestetizzati, masticati e semplificati, e persino politicamente corretti, per conquistare nuovi piccoli ammiratori (e fette di mercato) nel ginepraio dell'ipermodernità debole. Arriverà Natale, ed io andrò a rispolverare le mie vecchie registrazioni in VHS di The Charlie Brown and Snoopy Show. Sarà l'età, ma a me questo Snoopy & Friends ha deluso assai. Compito insufficiente: tutti rimandati a settembre, tranne i tecnici. E siccome la recensione è finita, non mi permetto d'andare a scomodare il professor Martin Heidegger. 2/5
sabato 11 luglio 2015
A girl walks home alone at night (A.L. Amirpour, 2014)
Amore e morte nella fantomatica e quasi western Bad City, al margine dei pozzi di petrolio, in una Persia che parla americano, o in un'America che parla persiano.
Fotografato da Lyle Vincent, in un bianco e nero da togliere il fiato, A girl walks home alone at night (2014), di Ana Lily Amirpour, è uno stupendo cinepoema ipermoderno.
Nonostante le immagini siano affilate come rasoi, tutto è confuso a Bad City. Le apparenze ingannano (il messaggio politico è evidente), si esercita la dissimulazione. I ruoli si ribaltano, in un continuo e vertiginoso gioco di specchi. Circola molta droga nella città, e la confusione potrebbe originare da lì. Anzi, la droga e, in definitiva, i soldi sono il vero motore diegetico di tutto il film. Così come l'economia è il motore diegetico della storia.
Le sostanze psicotrope ammorbano il sangue di vip e outsider del luogo, più di quanto faccia Sheila Vand, l'inquietante vampira (notevolissimo, il ciâdar che si trasfigura in ali da pipistrello!), la quale cammina sola nella notte, e sembra avere una sua legge. Una legge alla quale ha invece rinunciato Arash, che per quasi tutto il film ha la mano destra, quella che simboleggia il giusto (right, in inglese), ingessata. Esattamente da quando ha deciso di spacciare.
Ma Sheila e Arash, cautamente, diffidenti come gatti, s'innamorano, forse loro malgrado, in una notte in cui, per effetto dell'ennesimo gioco di specchi, è lui il vampiro e lei la candida pulzella. L'aporia del loro amore è simboleggiata da un paio d'orecchini rubati, che Arash regala alla bella Sheila, la quale non ha i fori alle orecchie per poterli indossare. Sicché è lui, paradossalmente, a bucare la pelle della vampira, facendola sanguinare.
Tutta da ammirare la sensualità dell'occhio della regista Ana Lily Amirpout, che ci invita icasticamente a vedere cosa può significare la Nahda islamica, e a riconsiderare stereotipi e pregiudizi usurati e deleteri. C'è, poi, un casto abbraccio tra Arash e Sheila, avvolti in un mantello, che vale tutto il film, per quanto è romantico.
Tra Persepolis ed il primo Jonathan Demme, Abel Ferrara e Jim Jarmush, Aki Kaurismäki e Quentin Tarantino, con una spruzzata di John Cassavetes, ma con una determinatissima personalità autoriale, impreziosito da una colonna sonora ricercata e apolide, questo è un film straordinario, che dimostra quanto feconda e al tempo stesso spiazzante possa essere la contaminazione tra generi e culture diversi, e quali vertici estetici e di godimento essa possa raggiungere. Praticamente ogni fotogramma di questo film, a partire dal primo, è un'opera d'arte. Capolavoro per ius sanguinis. 5/5
Il trailer del film (DA NON PERDERE!)
Fotografato da Lyle Vincent, in un bianco e nero da togliere il fiato, A girl walks home alone at night (2014), di Ana Lily Amirpour, è uno stupendo cinepoema ipermoderno.
Nonostante le immagini siano affilate come rasoi, tutto è confuso a Bad City. Le apparenze ingannano (il messaggio politico è evidente), si esercita la dissimulazione. I ruoli si ribaltano, in un continuo e vertiginoso gioco di specchi. Circola molta droga nella città, e la confusione potrebbe originare da lì. Anzi, la droga e, in definitiva, i soldi sono il vero motore diegetico di tutto il film. Così come l'economia è il motore diegetico della storia.
Le sostanze psicotrope ammorbano il sangue di vip e outsider del luogo, più di quanto faccia Sheila Vand, l'inquietante vampira (notevolissimo, il ciâdar che si trasfigura in ali da pipistrello!), la quale cammina sola nella notte, e sembra avere una sua legge. Una legge alla quale ha invece rinunciato Arash, che per quasi tutto il film ha la mano destra, quella che simboleggia il giusto (right, in inglese), ingessata. Esattamente da quando ha deciso di spacciare.
Ma Sheila e Arash, cautamente, diffidenti come gatti, s'innamorano, forse loro malgrado, in una notte in cui, per effetto dell'ennesimo gioco di specchi, è lui il vampiro e lei la candida pulzella. L'aporia del loro amore è simboleggiata da un paio d'orecchini rubati, che Arash regala alla bella Sheila, la quale non ha i fori alle orecchie per poterli indossare. Sicché è lui, paradossalmente, a bucare la pelle della vampira, facendola sanguinare.
Tutta da ammirare la sensualità dell'occhio della regista Ana Lily Amirpout, che ci invita icasticamente a vedere cosa può significare la Nahda islamica, e a riconsiderare stereotipi e pregiudizi usurati e deleteri. C'è, poi, un casto abbraccio tra Arash e Sheila, avvolti in un mantello, che vale tutto il film, per quanto è romantico.
Tra Persepolis ed il primo Jonathan Demme, Abel Ferrara e Jim Jarmush, Aki Kaurismäki e Quentin Tarantino, con una spruzzata di John Cassavetes, ma con una determinatissima personalità autoriale, impreziosito da una colonna sonora ricercata e apolide, questo è un film straordinario, che dimostra quanto feconda e al tempo stesso spiazzante possa essere la contaminazione tra generi e culture diversi, e quali vertici estetici e di godimento essa possa raggiungere. Praticamente ogni fotogramma di questo film, a partire dal primo, è un'opera d'arte. Capolavoro per ius sanguinis. 5/5
Il trailer del film (DA NON PERDERE!)
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