lunedì 8 gennaio 2018

Poiché ero carne (E. Dahlberg, 1964)

Sul modello dell'antologia personale, un romanzo coltissimo e viscerale, sacro e spietato, epico e spaventoso. Infinite le citazioni e gli insegnamenti per un'esistenza cinica. CA-PO-LA-VO-RO-!

Edward Dahlberg, Poiché ero carne, trad. it. a cura di J. Rodolfo Wilcock, Adelphi, 1988.

sabato 6 gennaio 2018

Lanzarote (M. Houellebecq, 2000)

Un romanzo-reportage breve (indeciso tra l'uno e l'altro), ch'è anche un piccolo trattato si sociologia (politica, della religione, del turismo...). En passant, viene citato ironicamente persino Herbert Spencer. Politicamente scorretto, e abbastanza sconcio. Belle le descrizioni, corredate da immagini, dei paesaggi di Lanzarote. Manca, a mio avviso, un finale vero e proprio, e rimane piuttosto in superficie su certi temi. Tuttavia, una lettura niente affatto spiacevole.

Follia (P. McGrath, 1996)

In un paio di giorni, ho letteralmente divorato questo romanzo di Patrick McGrath: Follia. Praticamente impossibile abbandonarne le pagine: una droga. Un racconto intensissimo e costruito con grandissima abilità, una vicenda di passioni estreme su uno sfondo (sociale e naturale) descritto in modo magistrale. Un'occasione di lettura, secondo me, da non perdere; ma allo stesso tempo una forza da maneggiare con attenzione. Pare che ne abbiano tratto un film. Non credo sia stato facile, o addirittura possibile, rispettarlo fino in fondo. Certo, con Fassbinder dietro la macchina da presa...

giovedì 4 gennaio 2018

Coming apart (M.M. Ginsberg, 1969)


Joe, uno psichiatra tormentato ("spaventato", egli si definisce all'inizio del film), ossessionato da una precedente relazione, e dalla dubbia moralità, filma di nascosto i suoi rapporti con varie donne, in un appartamento di una non meglio precisata città americana.

Coming apart (1969) è un film quasi sperimentale di Milton Moses Ginsberg, che ha una trama piuttosto evenemenziale, costituita da tutta una serie di incontri senza un apparente filo conduttore, improntata allo stile del cinéma vérité, in voga negli anni Sessanta. Potrebbe assomigliare allo schedario d'un poliziotto, affollato da figure molto variegate. In comune con le collezioni di schede-referto, vi è la tensione epistemologica dell'inchiesta, il complicato ma ineludibile rapporto con la realtà. 

Ciò che rende il film degno di nota (e di una visione) è la messa in scena, il ruolo della macchina da presa (e dunque il punto di vista proposto allo spettatore), e gli aspetti tecnici in generale: il montaggio sincopato, sporco, coi ritagli di pellicola messi in evidenza; la fotografia in bianco e nero, granulare, lo-fi; il sonoro: interrotto, disturbato da frequenti click, feedback, rumori di fondo. Anche i discorsi e i ragionamenti sono afasici, tautologici, talora ridotti a espressioni onomatopeiche o primitive.   

L'idea che ispira tutto il film è quella di far coincidere il materiale amatoriale girato da Joe con il film stesso, conferendogli una efficace illusione di autenticità, di (im)mediatezza, d'improvvisazione. Molto interessante è il punto di vista scelto dal regista, il quale riprende gran parte dell'azione con una camera fissa, rivolta in direzione d'un grande specchio appeso dietro un divano. 

Ciò significa che i personaggi vengono sistematicamente duplicati, sdoppiati. Se ne vede il corpo, ma anche il riflesso, suggerendo metaforicamente il collasso della distanza tra scena e retroscena, tra maschera e volto, tra pubblico e privato. 

Come scriveva J.L. Borges, "gli specchi e la copula sono abominevoli, perché moltiplicano il numero degli uomini". E qui non manca nessuno di questi elementi. Tutto però passa da una tecnologia che vorrebbe ambire all'autenticità documentaristica, ma è condannata al fallimento. È infedele. Come il promiscuo protagonista. 

Registratori, microfoni, cavi, macchine fotografiche, pellicole dominano la scena. Il bel finale neoluddista rompe l'incantesimo e la tensione, e lo spettatore può ritornare alle finzioni della vita quotidiana, dopo uno sforzo non indifferente. La sensazione è di aver fatto un bagno nel rumore. Un rumore che si nota solo quando è finito. Ma è un paradosso: la verità esposta, infatti, non può che essere "rumorosa"; tolto il rumore, tuttavia, il noumeno (e il senso) non c'è. E anche il corpo nudo, nudo non lo è mai. 

Coming apart è un film interessante, abbastanza hippie, ma anche premonitore, recitato molto bene (soprattutto da Rip Torn), in quanto apparentemente non-recitato; adatto a chi vuole uscire dalla comodità di certe visioni stereotipate. Se lo spirito è questo, il film non delude e può regalare più d'una (buona) vibrazione. 3/5

domenica 17 dicembre 2017

Downloading Nancy (J. Renck, 2008)

La trama di Downloading Nancy, diretto da Johan Renck, è molto essenziale, sebbene maltrattata, sezionata e ricucita in modo da perdere ogni linearità. Il film, basato su fatti realmente accaduti, racconta il tormentato percorso esistenziale di Nancy Stockwell, alle prese con un matrimonio pressoché inesistente ed un grave disturbo della personalità, che la costringe a compulsivi atti di autolesionismo (impossibile non pensare, qui, a film come: La pianista, Nymphomaniac o Secretary). L'incontro su Internet con un sadico, disposto ad assecondare il desiderio perverso di Nancy, sembra poter alzare la posta in gioco e determinare la svolta fortemente voluta dalla protagonista.
     
Renck realizza un lavoro molto interessante, perché riesce anzitutto a costruire due mondi speculari: quello matrimoniale di Albert e Nancy, e quello trasgressivo di Nancy e Louis, che a un certo punto s'intersecano. L'uno è il negativo dell'altro. Louis tiene al guinzaglio un cane e desidera Nancy; Albert, al contrario, tiene al guinzaglio Nancy e vuole stare a "giocare" coi suoi amici e coi suoi "giocattoli": simulazioni e simulacri iperreali d'un mondo molto più complesso. La fragile membrana che divide i due mondi è lo schermo d'un computer, sulla scrivania di lei, la dimensione delle chat, che alla fine diventa una sorta di snodo sociale ed emotivo per tutti i protagonisti. L'immagine intera sembra così restituire il complesso lavorio della psiche, che prova a mettere ordine tra le pulsioni umane elementari.

Al centro della riflessione del regista, ci sono una serie di questioni. Quella più esplicita, probabilmente, riguarda il rapporto ambiguo tra sesso e potere, per certi versi inevitabile quando si parla di relazioni sado-masochistiche. Qui è possibile assistere a uno degli sviluppi più incisivi e disturbanti riguardanti il rapporto amore-morte che sia mai apparsa sul grande schermo. Ciò vale sia per la messa in scena, sia per l'impatto emotivo che il film riesce a suscitare, soprattutto in alcune sequenze.

Sullo sfondo c'è il "soffocante" (parole della protagonista) matrimonio tra Nancy e Albert, che si trascina via con la monotonia d'un paesaggio invernale. Non a caso, il freddo e la neve, che nell'estetica del cinema contemporaneo rimandano alla stasi, alla paralisi, o fanno presagire la morte, sono dappertutto. Albert, il marito di Nancy, si lava continuamente le mani. Sembra il segno, la metafora più evidente del suo disinteresse per Nancy, la quale accetterebbe anche dei rapporti sessuali "normali" con il marito, se solo questi le mostrasse una qualche attenzione.

Ma il tema contenitore, quello che - a mio avviso - racchiude tutti gli altri, è un altro, e potrebbe essere riassunto in una frase che viene riportata esplicitamente nel film: non ti rendi conto del valore di ciò che hai, fino a quando non lo perdi. Le articolazioni di questo concetto sono molteplici: i piaceri della segretezza, la solitudine e il doppio, l'assenza che amplifica il desiderio, il dolore che anticipa il godimento. Per capirne la portata, si può ricordare la sequenza in cui Nancy chiede a Louis di fare la cosa più cattiva e i due, semplicemente, di baciano. O ancora il passaggio in cui lei gli dice che in Cina ci sono due tipi di alimenti per cani: quelli per i cani da compagnia, e quelli per i cani da mangiare. 

Nancy vuole essere mangiata, torturata, uccisa. S'infligge tagli e sofferenze in modo compulsivo, e ne prova piacere. Confessa a Louis di avere scoperto questo "talento" da bambina, grazie alle attenzioni particolari di uno zio. Le cicatrici, reali e simboliche, sono sempre presenti nel film: ognuno ne ha, anche la pellicola stessa che è suturata maldestramente. E si ripetono, si moltiplicano, sono seriali, si tramandano (come sembrerebbe suggerire il finale aperto del film).

C'è un'opposizione, una tensione latente in Downloading Nancy, che attraversa ogni sequenza; un'opposizione tra realtà e desiderio. Nancy non ha mai paura. Sta male, ma non ha paura, e vive tutto quasi con rassegnata consapevolezza. Anche la terapia psichiatrica. Non c'è rimedio. Anche quando si tratta di mostrarsi al marito in preda agli spasmi di un orgasmo rubato allo schermo del computer. Albert deve constatare con Louis che l'accesso al suo mondo non prevede alcuna password. Louis può scaricare (di qui il titolo del film) e stampare il carteggio tra lui e Nancy e consegnarlo ad Albert. Lì, sulla carta, nella Terra di mezzo, c'è la moglie. Non resta che leggere e provare a capire. Ma è tardi.         

Downloading Nancy è un film "estremo", cioè - come recita il dizionario - "che è o rappresenta il termine ultimo, in senso locale o temporale, di qualcosa". Di "termini ultimi", il film ne sfiora parecchi. Lo fa con straordinaria abilità e competenza. In questo, aiutato dalla straordinaria interpretazione di Maria Bello alias Nancy Stockwell. Nonostante i temi trattati, il regista non concede nulla agli stereotipi di genere o alla calligrafia, né all'estetica dell'erotismo, che qui viene rappresentato come una sorta di bisogno fisiologico, né all'empatia o al racconto. Quest'ultimo assomiglia ad un rapporto di polizia, e viene martoriato da un montaggio asimmetrico e da una fotografia verdastra che allude a certi acquari guasti, ad una sala operatoria, o al pallore di Nancy.

Un lavoro notevole da tenere in grande considerazione. Presentato al Sundance Film Festival del 2008. 4/5

Il trailer del film

sabato 13 maggio 2017

La danza della formica (T. Cariello, 2015)

"La letteratura è il non scritto di cui lo scritto è un richiamo o, se vogliamo, un'ombra; [...] la letteratura è una mancanza perennemente rinnovata dalle parole; è desiderio di "un altro ancora", perché quello che c'è sulla pagina non basta, non può essere tutto. [...] La letteratura non è fatta di parole, ma di tutto il silenzio che certe parole scritte lasciano sospettare e inducono ad indagare". Questo è quanto scrive Nicola Gardini, nel suo bellissimo ed eccentrico: Lacuna. Saggio sul non detto (Einaudi, 2014). E a questo ho pensato, tra le altre cose, nel leggere il romanzo d'esordio di Tiziana Cariello, La danza della formica (Europa Edizioni, 2005).

Si tratta delle vicende d'una giovane giornalista palermitana, la quale viene incaricata da un settimanale cittadino di occuparsi di un'inchiesta molto delicata; un'inchiesta riguardante alcuni fenomeni di corruzione e abuso perpetrati da alcuni professori di una prestigiosa università di Nairobi, in Kenya, sulle loro studentesse (credo sia proprio il tema dei professori corrotti e immorali e, più in generale, il mondo dell'università ad aver attirato la mia iniziale curiosità). Cora, la protagonista del romanzo, accetta con entusiasmo l'incarico. Ciò le consentirà di fare un viaggio in Africa, che non è solo geografico, ma anche (soprattutto?) esistenziale.

La storia è raccontata bene, con descrizioni molto realistiche e dettagliate. Alcuni temi, poi, hanno certamente richiesto un'approfondita documentazione: la medicina legale, la biologia dei felini, ecc. Eppure, a dispetto della precisione, sembra sempre che manchi qualcosa. È una narrazione che abbonda di omissioni più o meno esplicite. La poetica del quotidiano, che Tiziana Cariello evoca, pare in realtà celare questioni più profonde, allusioni nascoste, un altrove che può essere scabroso, o più intimo, e che non trascura nemmeno il dato sociologico. Proprio queste lacune sono alla base del "desiderio" che accompagna il lettore nel seguire le vicende del libro, e ne costituiscono un innegabile pregio.

Bello l'espediente di tentare una narrazione polifonica, che affolla la lettura di prospettive anche molto diverse tra loro, le quali danno vita ad un intreccio che le cuce in modo efficace. Prevale, comunque, il female gaze, quello sguardo "al femminile", che permette al romanzo di emanciparsi da certa stereotipata letteratura d'inchiesta (molto evidente, ad esempio, è l'affetto dedicato a tutte le figure femminili del romanzo). Lo stile, inoltre, sembra rimandare a certe voci della letteratura del Nord Europa. Una sorta di paradosso, considerato che il romanzo comincia a Palermo (per una volta, non raccontata con le solite, stanche categorie meridionalistiche) e si conclude a Nairobi. 

Potrei riassumere l'idea che mi sono fatto della scrittura di Tiziana Cariello, definendola una "letteratura esperienziale", in cui sono, per l'appunto, più importanti i vissuti, piuttosto che l'indagine in sé. Quest'ultima sembra più che altro un pretesto per il viaggio esotico dentro e fuori la protagonista. Il titolo stesso, che credo (l'autrice non lo spiega) rimandi al fenomeno etologico della spirale della morte delle formiche, è la minaccia di una tragica catastrofe che nel romanzo avrà degli esiti imprevisti.   

Le vicende potevano tranquillamente svolgersi anche in Italia, e temo che proprio dall'Italia partano alcune riflessioni "sociologiche" dell'autrice. La verosimiglianza del racconto può anche avere qualche punto di cedimento nella traslazione all'interno della cornice africana; ma - come scrive ancora Gardini - in letteratura "il realismo (...) non è altro che un patto di mutuo soccorso e di reciproca legittimazione tra gli elementi portanti di uno stesso racconto; (...) il realismo è un sistema di "rapporti funzionali" tra le cose scritte, e non un insieme di dati la cui "realtà" trovi riscontro al di fuori del testo". L'importante - egli continua - è che il lettore sia "tirato" dentro il mondo del testo. "Gli eventi e i personaggi, infatti, per quanto capaci di divertire e affascinare, servono a esprimere idee, o - se si preferisce - ipotesi di mondo o, ancor meglio, (...) una "mentalità"". Tiziana Cariello c'è riuscita. E se la prima creazione del lettore, nell'atto di leggere, è un autoritratto (ibidem), nel mio caso questo autoritratto è stato assai utile.

martedì 2 maggio 2017

Klip (M. Milos, 2012)

Klip (2012), di Maja Milos, è il film più desolato, deprimente e senza uscita sulla gioventù contemporanea che mi sia capitato di vedere. Un ritratto generazionale, che assomiglia tragicamente a un mattatoio sociale. 

Un inizio abbastanza scioccante, e siamo subito immersi in una sorta di dimensione parallela, fatta di scatti e riprese con gli smartphone, che documentano la vita di alcune liceali serbe (una, in particolare), in una Belgrado divisa tra gli eccessi delle feste dei millenials e le macerie (non solo fisiche) di una guerra ancora dolente.

La storia dell'esperienza giovanile, si sa, almeno a partire dalla seconda metà del Novecento, è anche storia di eccessi, di musica, droga e sesso (si legga, per una bella ricostruzione delle subculture giovanili spettacolari tra il 1950 e il 2000, il libro di Pedretti e Vivan, Dalla Lambretta allo skateboard, Unicopli). Ciò che, tuttavia, denuncia il film della Milos è l'assenza, qui, di una narrazione che faccia da pretesto all'eccesso, il nichilismo della fine della storia, e - aggiungo io - anche la mancanza di un'estetica del nulla (di cui, peraltro, esistono fulgidi esempi). Il film, infatti, non cela bruttezze d'ogni tipo, anche a costo di negarsi in quanto cinema, di tralasciare la mediazione "poetica" e farsi etnografia (cfr. la Fig. 1).      


Fig. 1 - Post-estetica
Etica ed estetica sono due aspetti spesso complementari nella tradizione classica, e qui ritornano. Al brutto rappresentato sullo schermo si accompagna l'a-moralità (non l'im-moralità, però) dei personaggi, che agiscono senza pretesti, senza moventi. L'amore e la violenza sono senza segno. I protagonisti non sembra che siano in grado di compiere delle scelte, sembrano paralizzati in un eterno presente, e incapaci di sopportare la vita anche nelle cose più piccole (ma ci sono anche quelle grandissime). La regia non formula ipotesi esplicite, pur nondimeno sembra delinearsi una diagnosi impietosa della ristrutturazione neocapitalista della Serbia del dopoguerra. Di qui, come ci ha insegnato il vecchio Durkheim, la deriva anomica degli individui e (quasi) il loro "suicidio" sociale. 


Fig. 2 - Compulsioni

E l'amour? L'amore è sesso (con alcune sequenze molto esplicite nel film), che viene ripetuto compulsivamente, mimando l'estetica delle porno cam, e agito senza un motivo preciso, o come esito dell'uso di sostanze psicoattive. In una sequenza molto significativa, un giovane continua a leggere le notifiche del suo telefonino, mentre una delle protagoniste gli pratica una fellatio (cfr. la Fig. 2). Nessuno dei due sembra essere presente a se stesso/a. Insomma, il sesso non solo non è amore, ma prescinde dall'altro, è sia un rituale sia uno specchiarsi (ovviamente, anche sullo schermo dello smartphone [cfr. la Fig. 3]). E se - come diceva Lacan - non esiste "rapporto" sessuale, qui non esiste però neanche il desiderio.


Fig. 3 - Riflessi su specchi

I corpi sono il centro indiscusso del film. Ed è perché i corpi, nella società contemporanea, dopo la fine dei movimenti, sono diventati una frontiera di resistenza. Sono testi che provano ad articolare una qualche forma di pratica rivoluzionaria, pur essendo minacciati da un biopotere che - come voleva Foucault - ne vorrebbe disciplinare gli ultimi spasmi e le residue energie. Nel film, i corpi dei giovani si mostrano, si fotografano, si filmano continuamente, ma la guerra sembra perduta, mentre i corpi dei padri letteralmente muoiono. Gli adulti, soprattutto gli insegnanti, sembrano zombie, svuotati (incapaci?) di qualsiasi responsabilità nei confronti degli adolescenti.  

Un finale ambiguo non sembra concedere molte speranze allo spettatore e, soprattutto, agli adulti di domani. Le ragazze studiano, non a caso, pedagogia. Quasi una distopia. 3/5

Il trailer del film